Iran dopo Khamenei: successione, Pasdaran e scenari possibili
Iran dopo Khamenei: come funziona la successione, il ruolo dei Pasdaran e gli scenari possibili. Perché l’escalation può colpire ancora i civili.
La morte di Ali Khamenei non è una “notizia estera” da scorrere col pollice: è un terremoto istituzionale. Quando cade il vertice che per decenni ha tenuto insieme apparati, clero e repressione, non cambia solo un nome: cambia il modo in cui il potere si regge in piedi. E nei regimi, quando il potere vacilla, spesso reagisce con la stessa cura con cui un gorilla protegge il suo territorio: stringendo.
Per capire cosa può accadere adesso bisogna uscire da due trappole: la trappola del tifo (“finalmente!” / “vergogna!”) e la trappola della cronaca ansiosa (“aggiornamento ogni cinque minuti”). Quello che serve è un’analisi strutturale: chi decide, chi controlla, chi può usare l’emergenza come arma. E soprattutto: chi rischia di pagare il conto.
La successione esiste sulla carta, ma il potere vive nei rapporti di forza
Formalmente, la transizione ha un percorso. Esistono organi incaricati di gestire l’interregno e di scegliere il successore. Ma in Iran la procedura non è mai solo procedura: è un campo di battaglia tra istituzioni che non pesano tutte allo stesso modo, e in cui alcuni attori, soprattutto quelli armati, valgono più di mille righe di Costituzione.
In queste fasi conta chi controlla tre cose: sicurezza interna, informazione, apparati giudiziari. Perché la transizione non è solo “chi sarà il nuovo Leader Supremo”, ma “come impedire che la società interpreti il vuoto come uno spiraglio”. È qui che l’Iran rischia di entrare nel suo punto più pericoloso: quando il potere non è ancora ricomposto e quindi è tentato di dimostrare forza con la forza.
I Pasdaran: non un “attore”, ma un pilastro
I Pasdaran (IRGC) non sono un corpo armato neutrale. Sono un pilastro del sistema: sicurezza, intelligence, influenza economica, leve politiche. In una transizione del genere, la loro postura, più ancora dei comunicati ufficiali, dirà se il regime cerca una continuità blindata o un compromesso interno. E, banalmente, dirà se la strada sarà governata con il controllo oppure con il terrore.
Quando c’è un rischio di frattura in alto, i regimi spesso cercano compattezza in basso: pattuglie, arresti preventivi, processi rapidi, “esempi” pubblici. Non è un’eccezione iraniana: è una regola autoritaria. Ma in Iran questa regola ha una storia precisa e già vista.
Il punto cieco che molti fingono di non vedere: la repressione “da anni” e l’alibi perfetto
Qui bisogna dirlo senza giri di parole: da anni le dimostrazioni contro il regime vengono represse nel sangue. È accaduto nel 2019, è riemerso con forza nel 2022, e la spirale repressiva non è una parentesi: è un metodo. Quando la società prova a respirare, gli apparati rispondono spesso con piombo, celle e blackout informativi.
Ed è esattamente qui che l’intervento militare esterno, americano e israeliano, diventa un rischio doppio. Non solo perché alza il livello dello scontro regionale. Ma perché offre al nucleo duro del potere la cornice narrativa più comoda di tutte: “siamo assediati, quindi tutto è permesso”. Il dissenso diventa “quinta colonna”, la protesta diventa “sabotaggio”, il giornalismo diventa “tradimento”. La repressione viene riverniciata come difesa nazionale.
In poche parole: l’attacco esterno può trasformarsi nell’alibi perfetto per nuove strette interne. E se qualcuno pensa che sia paranoia, basta guardare la ricorrenza di una tattica: quando il potere teme lo sguardo, spegne le luci. Internet giù, comunicazioni strozzate, verità sequestrata. È così che la violenza diventa più facile da negare e più difficile da documentare.
Minoranza curda e civili: chi paga sempre, comunque
Dentro questa dinamica c’è un punto ancora più brutale: non tutti i civili subiscono allo stesso modo. Le minoranze oppresse, e tra queste i curdi, sono spesso il bersaglio “perfetto” per la securitizzazione: perché vengono dipinti come problema di ordine pubblico, come minaccia interna, come materiale utile alla propaganda. E quando lo Stato si sente sotto pressione, l’istinto è colpire dove pensa di poter colpire con meno costi politici.
Questo va detto perché è una chiave di lettura: se la transizione diventa “emergenza permanente”, saranno i civili, soprattutto quelli già marginalizzati, i primi a finire nel tritacarne. E non serve neppure che esploda una rivolta nazionale: basta che serva un capro espiatorio.
Tre scenari realisti possibili
1) Continuità blindata
La scelta ricade su un profilo di continuità, e gli apparati puntano a chiudere ogni spiraglio. Nella pratica: ordine pubblico duro, controllo informativo, repressione preventiva. È lo scenario “stabilità a qualunque costo”.
2) Compromesso interno
Clero e apparati di sicurezza trovano un equilibrio: nessuno vince tutto, nessuno perde troppo. Non è democratizzazione: è amministrazione del potere. È il modo in cui molti sistemi autoritari attraversano le successioni senza collassare.
3) Competizione e instabilità
Frizioni interne, stalli, faide tra centri di potere. In questo scenario la repressione può persino aumentare: quando il potere è insicuro, tende a dimostrare forza per coprire fragilità. E la società rischia di diventare il terreno su cui si regolano conti interni.

Come capire “dove va” l’Iran
Nei prossimi giorni e settimane, più che i nomi contano i segnali.
Conta come funziona l’interregno: chi parla a nome dello Stato, chi firma, chi ordina. Conta se l’organo chiamato a scegliere il successore accelera o prende tempo perché il tempo, in politica, è spesso un modo elegante di dire “non siamo d’accordo”.
Conta la postura dei Pasdaran: non solo le dichiarazioni, ma le misure concrete sul territorio, la gestione dell’ordine pubblico, l’intensità degli arresti, la durezza dei processi. Conta, soprattutto, se torna il copione dei blackout: quando l’informazione viene strozzata, la repressione diventa più facile e la società più sola.
E poi c’è la variabile più materiale di tutte: l’economia quotidiana. Prezzi, valuta, salari reali. Perché è qui che la propaganda perde: davanti alla spesa, ai farmaci, all’affitto. Se la transizione produce ulteriore impoverimento, la frattura sociale non sparisce: cambia forma.
La nostra posizione
Noi non stiamo nel “circolo magico” costruito attorno a Khamenei e alla sua architettura di repressione. Ma non stiamo neppure dall’altra parte del mirino: non siamo con Washington né con Tel Aviv quando trasformano un Paese in un campo di battaglia, chiamandolo “stabilità”. In questa storia, la tentazione più facile è scegliere un padrone contro un altro. È anche la più comoda: ti evita la fatica di guardare chi paga davvero.
Noi stiamo con il popolo iraniano e con chi in Iran è stato schiacciato più a lungo e più duramente: le minoranze oppresse, a partire da quella curda, falcidiata per decenni tra militarizzazione, arresti e punizioni collettive. Stiamo con chi non ha carri armati, né droni, né canali TV globali: i civili. Quelli che finiscono sotto i proiettili quando protestano e sotto le bombe quando “si esporta democrazia”.
E c’è un punto che non barattiamo: l’“aiuto” militare americano-israeliano può diventare l’alibi perfetto per nuove strette interne. Il potere, quando si sente assediato, fa una cosa sola: stringe. Spegne internet, moltiplica arresti, riscrive il dissenso come tradimento. Per questo rifiutiamo il ricatto: “o con il regime o con chi lo bombarda”. No. Noi siamo con gli oppressi, sempre. E con una pretesa elementare: che la vita dei civili non sia la moneta con cui si pagano i conti della geopolitica.
E allora la domanda non è “chi vince” tra regime e bombardieri. La domanda è: chi protegge i civili quando la Storia accelera e tutti chiedono obbedienza. Perché l’alibi dell’emergenza funziona sempre allo stesso modo: prima si chiama “sicurezza”, poi diventa silenzio, poi diventa paura, e infine diventa normalità.
Noi non ci stiamo. Non ci interessa cambiare padrone: ci interessa spezzare il meccanismo. Per questo, nel dopo-Khamenei, l’unica bussola seria è controllare cosa accade davvero alla vita quotidiana: se tornano i blackout informativi, se aumentano gli arresti, se la piazza viene trattata come un fronte interno, se il dissenso diventa “terrorismo” per decreto. È lì che si misura la direzione di un Paese, non nei comunicati.
E se qualcuno prova a venderci la solita scelta obbligata “o con loro o contro di noi” la risposta è una sola: noi stiamo dove stanno i civili oppressi. Sempre. Anche quando è scomodo. Soprattutto quando è scomodo.


