Attualità

I curdi sotto la stessa morsa: dai confini iraniani a Kobane

Combattenti curdi

Curdi iraniani e siriani stretti tra repressione, assedio e guerra per procura. In Iran cresce il rischio di escalation, a Kobane torna l’emergenza.

I curdi iraniani e siriani si trovano oggi nel punto più pericoloso della geopolitica mediorientale: abbastanza vicini alla guerra da subirne il peso, ma abbastanza lontani dal potere da non poterla decidere. In Iran, una coalizione politica curda cerca di organizzarsi dentro una repressione storica e in piena escalation regionale. In Siria, Kobane torna a essere il simbolo di una comunità prima celebrata per la lotta contro l’ISIS e poi ricacciata dentro la logica dell’assedio. In entrambi i casi, il rischio è lo stesso: che le minoranze diventino strumento militare per qualcuno e bersaglio politico per qualcun altro.

La coalizione curdo-iraniana esiste davvero

Il dato politico da cui partire è solido: esiste una Coalizione delle forze politiche del Kurdistan iraniano, presentata con un testo programmatico pubblico che rivendica il rovesciamento della Repubblica Islamica, il diritto all’autodeterminazione e un assetto democratico per il Kurdistan iraniano. DINAMOpress ne ha ricostruito nascita e composizione, sottolineando però anche una questione decisiva: tra dichiarazioni politiche e capacità operativa reale resta molto spazio, e proprio quello spazio può essere riempito da interessi esterni.

Il problema, infatti, non è solo che questa coalizione esista. Il problema è in quale guerra rischi di essere trascinata. Reuters riferisce che Israele starebbe sostenendo piani di gruppi curdo-iraniani per prendere aree di confine nell’ovest dell’Iran, in una strategia che si appoggerebbe anche alla superiorità aerea USA-Israele. Nello stesso tempo, AP riporta che alcuni gruppi dissidenti curdo-iraniani in Iraq negano di stare preparando un attacco imminente, pur dicendosi pronti a unirsi a un’eventuale invasione guidata dagli Stati Uniti. La fotografia vera, quindi, non è quella di una marcia già partita, ma quella di una porta lasciata aperta sulla guerra per procura.

Il campanello d’allarme è già suonato nel Kurdistan iracheno

C’è poi un elemento che non va trattato come nota a margine: i gruppi curdo-iraniani stanziati nel Kurdistan iracheno stanno già vivendo il contraccolpo materiale dell’escalation. AP riporta che esponenti del PAK parlano di precedenti attacchi con missili e droni contro le loro basi da parte dell’Iran e di milizie alleate, con vittime e feriti. Non è più soltanto il tempo delle ipotesi: il passaggio da opposizione repressa a bersaglio diretto è già iniziato, almeno in alcune aree di frontiera.

Questo cambia molto il senso dell’articolo. Perché prima ancora di essere “utilizzati”, i curdi iraniani stanno già pagando. E quando i colpi arrivano oltreconfine, in territorio iracheno, il messaggio è chiaro: la guerra non si sta solo preparando, sta già traboccando. In più, sia AP sia Reuters mostrano quanto il Governo Regionale del Kurdistan e Baghdad temano di essere trascinati nel conflitto, proprio per il rischio di ritorsioni iraniane e destabilizzazione regionale.

La repressione interna offre al regime l’alibi perfetto

Dentro l’Iran, la parte più inquietante è che la guerra esterna si somma a una repressione già violentissima. Human Rights Watch ha denunciato a fine febbraio una campagna di arresti arbitrari, torture e sparizioni forzate seguita ai massacri di manifestanti e passanti di gennaio 2026. Amnesty, pochi mesi prima, aveva documentato oltre 1.000 esecuzioni nel 2025, il dato più alto registrato dall’organizzazione nel Paese negli ultimi quindici anni.

Questo significa una cosa semplice e brutale: se la guerra sale di livello, il regime ha già pronto il lessico per giustificare una nuova stretta. Il dissenso diventa “quinta colonna”, le aree curde diventano “zone sospette”, la repressione si traveste da sicurezza nazionale. È il punto in cui la geopolitica incontra la punizione collettiva. E quando accade, i primi a pagare non sono i governi che pianificano, ma le comunità che vivono sul terreno.

Kobane dimostra che l’eroismo non garantisce protezione

Qui entra il controcampo siriano, che non è una deviazione ma una lezione. Kobane è stata il simbolo mondiale della resistenza contro l’ISIS. Eppure oggi, a distanza di anni, torna nei report internazionali come città accerchiata, con tagli di acqua ed elettricità e necessità di convogli umanitari ONU. Al Jazeera, citando OCHA, ha riportato l’arrivo di aiuti salvavita a Kobane e confermato giorni di interruzione dei servizi essenziali mentre la città risultava circondata.

Questo è il punto che lega davvero i curdi iraniani e siriani: la geopolitica non paga i suoi debiti morali. I curdi siriani sono stati decisivi nella guerra all’ISIS, ma questo non li ha messi al riparo da nuovi assedi e nuove pressioni. I curdi iraniani possono oggi apparire utili a chi vuole aprire un fronte contro Teheran, ma l’utilità militare non coincide mai con la protezione politica. Anzi, spesso è il contrario: appena diventi utile, diventi anche sacrificabile.

Rojava e Kurdistan iraniano: due storie diverse, una trappola comune

Le due vicende non sono identiche e non vanno appiattite. In Siria, il Nord-Est amministrato dalla struttura nota come Rojava/DAANES si è presentato come progetto plurale e multietnico, con riconoscimento di più lingue e una coalizione militare, le SDF, a composizione multi-etnica ma a leadership curda. In Iran, invece, la coalizione curdo-iraniana nasce dentro una cornice di opposizione armata e politica molto più frammentata, sotto la pressione diretta di uno Stato centralista e repressivo.

Ma la trappola è comune. In entrambi i casi, i curdi rischiano di essere intrappolati tra centralismo statale e uso esterno. In Siria il pluralismo è sotto pressione; in Iran l’autodeterminazione può essere piegata dentro una logica di guerra per procura. E in mezzo, ancora una volta, restano i civili: quelli che subiscono i bombardamenti, i blackout, gli arresti, gli sfollamenti, i sospetti permanenti.

Né con il regime né con chi usa i popoli come fanteria

La tentazione più facile è scegliere un padrone contro un altro. Da una parte il regime iraniano, con il suo apparato di repressione; dall’altra la fantasia che una guerra guidata dall’esterno possa “liberare” automaticamente i popoli oppressi. Ma le fonti di questi giorni raccontano un’altra storia: una storia in cui i curdi vengono schiacciati tra due ricatti. Se si muovono, rischiano di essere dipinti come traditori interni. Se vengono sostenuti dall’esterno, rischiano di diventare forza di terra per interessi altrui.

Per questo la bussola resta una sola: stare dalla parte dei civili oppressi. Non del circolo magico della repressione, ma neppure della guerra come scorciatoia morale. In Iran come a Kobane, la domanda non è chi possa vincere la prossima mossa. La domanda è chi protegga la popolazione quando la guerra cerca fanteria e il potere cerca capri espiatori. Finché questa risposta resta vaga, la storia è già scritta: minoranze utili quando servono, minoranze punite quando conviene.

Avatar photo

Amo la storia e la geopolitica perché mi piace capire cosa muove le persone, i Paesi e le scelte che cambiano il mondo. Scrivo di attualità internazionale e analisi geopolitica con l’obiettivo di dare contesto, collegare i fatti e rendere più chiari i processi che stanno dietro le notizie. Sono cresciuto tra cinema, letteratura e musica, con una predilezione per il punk rock: energia, idee nette, zero decorazioni inutili. Scrivere è il mio modo di trasformare curiosità e ricerca in lettura utile, accessibile e onesta.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *