Analisi,  Attualità

1° maggio: perché il lavoro non è mai una festa

1° maggio

Il 1° maggio ricorda le lotte che hanno dato forma ai diritti del lavoro e mette alla prova ciò che il lavoro è diventato oggi.

La mattina del primo maggio ha un silenzio particolare. Non somiglia alla domenica, che almeno possiede una sua pigrizia riconoscibile. Somiglia piuttosto a una tregua sospetta. Le serrande abbassate fanno pensare che per un giorno il lavoro si sia fatto da parte. Poi basta guardare meglio, e ricompare. Nel telefono tenuto in mano anche davanti al palco. Nel conto rifatto a mente mentre qualcuno parla di diritti. Nel pensiero di domani che torna presto, con quella puntualità un po’ sgradevole delle cose necessarie.

Il primo maggio, del resto, non nasce per rallegrare il calendario. Nasce da una frizione dura. Alle sue spalle ci sono la battaglia per la giornata di otto ore, lo sciopero generale del 1886 negli Stati Uniti, gli scontri di Haymarket a Chicago, i morti, i processi, i martiri diventati poi patrimonio del movimento operaio internazionale. Nel 1889, al congresso socialista di Parigi, quella data venne scelta come giornata internazionale dei lavoratori; il primo appuntamento arrivò l’anno dopo, nel 1890. All’origine non c’era nessuna liturgia da piazza con service audio e discorsi già piegati in cartellina. C’era una domanda semplice, quasi offensiva per l’ordine del tempo: non lavorare sempre.

Le otto ore, viste oggi, rischiano di sembrare un dettaglio amministrativo, una di quelle conquiste talmente entrate nelle abitudini da perdere il sangue che le ha portate fin lì. Furono invece un argine, quasi una diga messa davanti alla voracità del tempo industriale. L’Organizzazione internazionale del lavoro, nata nel 1919 sull’idea che una pace durevole potesse reggersi soltanto sulla giustizia sociale mise proprio quel limite nella sua prima convenzione: otto ore al giorno, quarantotto alla settimana
E nel 1922, ricordava l’ILO, la settimana di 48 ore era ormai pratica generale in gran parte dell’Europa industriale. Ogni generazione, se non sta attenta, finisce per considerare naturale ciò che altri hanno strappato con mani molto meno pulite delle nostre.

La promessa italiana

In Italia il lavoro non sta soltanto nei contratti, nelle buste paga, nei cancelli delle fabbriche o nei badge che fanno bip all’ingresso. Sta nella lingua stessa della Repubblica. La Costituzione dice che l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro; riconosce il diritto al lavoro; affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che impediscono la partecipazione effettiva dei lavoratori alla vita del Paese. L’articolo 36 pretende che la retribuzione sia proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro e sufficiente a garantire un’esistenza libera e dignitosa. Non è arredamento costituzionale. È una promessa politica molto concreta, rimasta più volte a metà, come certe case costruite con le fondamenta serie e i piani superiori lasciati al buon cuore degli anni.

Il primo maggio italiano non ha una biografia tranquilla. Arriva negli anni finali dell’Ottocento, si lega presto alla rivendicazione delle otto ore, vede quella soglia entrare in legge nel 1923. Nello stesso anno il fascismo lo piega, lo sposta al 21 aprile, sotto il nome un po’ archeologico e un po’ disciplinare di Natale di Roma.
Anche qui il gesto dice molto: togliere ai lavoratori la loro data e infilarla nel calendario imperiale, come si fa con una pianta sradicata e rimessa in un vaso più decorativo. Dopo la guerra il primo maggio torna al suo posto, e la legge del 1949 lo riconosce come festa del lavoro nel calendario civile della Repubblica.

Il ritorno, però, non ebbe nulla di idilliaco. Il 1° maggio 1947, a Portella della Ginestra, si sparò sui contadini radunati per la festa del lavoro. Undici morti, molti feriti, e una lezione sinistra sulla rapidità con cui il potere si innervosisce quando la questione sociale smette di restare teoria. C’è qualcosa di terribilmente italiano in quella scena: una festa popolare, una collina, la speranza contadina, poi il fuoco. Non serve aggiungere enfasi. La storia, quando vuole, sa già essere abbastanza brutale da sola.

Il lavoro che si è fatto nebbia

Il lavoro non è sparito. Si è disperso. Ha perso, in molti casi, il recinto visibile che lo rendeva riconoscibile anche quando era feroce. La fabbrica aveva cancelli, turni, sirene, capi, corpi radunati nello stesso spazio. Oggi il lavoro abita i servizi, il digitale, il turno variabile, il contratto breve, l’attesa. Si presenta con scarpe più leggere e con nomi più gentili. Entra nelle case, nelle chat, nelle mail serali, nel sonno un poco rovinato di chi ha già finito e tuttavia resta disponibile.

Le statistiche raccontano una scena doppia, una di quelle che vanno guardate senza farsi ipnotizzare dal primo numero buono. In Italia il tasso di occupazione 15-64 anni è salito al 62,2 per cento nella media del 2024, con 352 mila occupati in più rispetto all’anno precedente. Il dato segnala una crescita reale. Subito accanto, però, resta la vecchia frattura: la partecipazione al lavoro rimane bassa, soprattutto tra le donne, con un tasso di inattività femminile al 42,4 per cento. È il genere di cifra che nei comunicati si lascia scorrere, mentre nella vita pesa come una porta chiusa.
Istat, Rapporto annuale 2025. Istat, sintesi Rapporto annuale 2025.

Guardando più da vicino, la superficie si increspa. Oltre un terzo dei giovani sotto i 35 anni presenta almeno una forma di vulnerabilità occupazionale, tra lavoro a termine e part-time involontario; il 28,1 per cento dei giovani occupati lavora a tempo determinato.

L’Istat osserva anche che una parte importante della nuova occupazione si concentra in settori a bassa produttività, mentre il prodotto per ora lavorata ristagna e si trascina dietro la dinamica dei salari di lungo periodo. È una faccenda meno fotogenica del tasso di occupazione. Per questo, naturalmente, è più seria. Un Paese può dire di avere più lavoro e intanto scoprire che quel lavoro paga poco, produce poco, trattiene in basso chi entra, e spesso gli insegna a ringraziare.
Rapporto caro affitti e salari.

Su questo punto i numeri dell’OECD arrivano con una brutalità quasi sgarbata. L’Italia, tra le grandi economie dell’organizzazione, è quella che ha registrato la caduta più forte dei salari reali; all’inizio del 2024 erano ancora del 6,9 per cento sotto il livello precedente alla pandemia. Per il 2025 e gli anni successivi le previsioni parlano di recupero, con prudenza. Tradotto in lingua non econometrica: la busta paga riprende fiato, tuttavia lo fa ancora col fiatone, come chi sale le scale fingendo di essere in forma.

Il telefono acceso

Un rider aspetta sotto un portico. La bici appoggiata male, lo zaino quadrato alle spalle, il telefono in mano come certi rosari laici, consultati non per fede ma per necessità. La giornata non comincia quando esce di casa. Comincia quando vibra lo schermo. Una impiegata, alle dieci di sera, risponde a un messaggio con una cortesia perfetta, di quelle che sembrano educazione e invece sono autodifesa. Un tecnico rientra, cena, poi riapre il portatile “solo cinque minuti”, espressione moderna che ha rovinato più serate di molte vecchie tirannie domestiche.

Il lavoro contemporaneo ha questo tratto vischioso: scivola fuori dal luogo di lavoro e si posa sulle ore che avrebbero dovuto restare libere. La Commissione europea ricorda che il telelavoro è raddoppiato nell’Unione rispetto al 2019 e che nel 2024 un europeo su cinque lavorava da casa almeno per una parte del tempo. Eurofound aggiunge il dato che rovina le brochure: chi lavora da remoto è più esposto al superamento dei limiti d’orario, al riposo insufficiente, al lavoro nel tempo libero. In una sua indagine, oltre otto lavoratori su dieci dichiarano di ricevere comunicazioni di lavoro fuori orario. La tecnologia, come capita spesso, ha portato comodità e servitù nello stesso schermo.
Eurofound, teleworking.
Eurofound, right to disconnect.
Commissione europea, diritto alla disconnessione e telelavoro.
IA e lavoro umano.

La stessa metamorfosi si vede forse ancora meglio nel lavoro di piattaforma, dove il capo non sempre ha una voce, però quasi sempre ha un algoritmo. Quando il Parlamento europeo ha approvato la direttiva sul platform work, aveva davanti un settore che il Consiglio dell’Unione stimava già in oltre 28 milioni di persone. La direttiva, adottata nel 2024, introduce una presunzione legale di rapporto di lavoro quando emergono indizi di controllo e direzione, e stabilisce che nessuno possa essere licenziato sulla base di una decisione puramente automatizzata. Era necessario arrivarci, e questa necessità vale già come una mezza confessione: il mercato digitale, lasciato alle sue buone maniere, tende a chiamare autonomia ciò che spesso è dipendenza con una grafica migliore.
Consiglio UE, direttiva sul lavoro di piattaforma.
Parlamento europeo, Platform Work Directive.

Salario e corpo

La parola giusta, alla fine, non è soltanto occupazione. È dignità. L’ILO, quando parla di lavoro dignitoso, tiene insieme libertà, equità, sicurezza, reddito adeguato, protezione sociale, possibilità di parola.
In Italia questa idea convive con un assetto incompiuto. Non esiste un salario minimo legale; i minimi retributivi passano dalla contrattazione collettiva, che copre la maggioranza dei lavoratori e ha avuto un ruolo decisivo nella storia sociale del Paese, senza riuscire sempre a chiudere tutti i buchi, tutti i ritardi, tutti i rinnovi arrivati quando il potere d’acquisto aveva già passato l’inverno fuori casa. L’articolo 36 resta lì, severo, quasi infastidito.
Eurofound, salario minimo in Italia.
Articolo 36, Senato.
Manifesto del sito e dignità sociale:

Poi c’è il corpo, che del lavoro è il primo archivio. La mano tagliata, la schiena, il sonno, la macchina presa all’alba, la strada verso il turno, il cantiere, il magazzino, il laboratorio, il camion. Nella Relazione annuale 2024, l’Inail registra 593 mila denunce di infortunio, con 1.202 denunce di infortunio con esito mortale: 1.189 relative a lavoratori e 13 a studenti. Guardando ai soli lavoratori, l’Inail segnala un calo dei casi mortali in occasione di lavoro, da 918 a 886, e un aumento di quelli in itinere, da 275 a 303. Il lavoro, evidentemente, non finisce sempre dove finisce il turno; qualche volta ti viene incontro anche sulla strada.

Il Quirinale, aprendo il primo maggio del 2026 alla Piaggio di Pontedera, ha richiamato la sicurezza sul lavoro come impegno e dovere che non consente rinunce né distinguo. È una frase che non dovrebbe sorprendere nessuno, e invece continua a suonare come un richiamo d’emergenza. La sicurezza è il minimo della civiltà industriale. Da noi, troppo spesso, sembra ancora una vertenza, una voce da trattare dopo aver fatto i conti principali.
Quirinale, intervento del 1° maggio 2026.

Quello che resta del primo maggio

Per questo il primo maggio continua ad avere una funzione. Non aggiunge molto al calendario civile, se resta soltanto una pausa beneducata. Non dovrebbe servire alla politica per indossare per qualche ora il lessico della dignità, con quella disinvoltura sartoriale che le istituzioni imparano presto. Conta quando costringe a guardare la differenza tra lavoro e occupazione, tra salario e vita, tra flessibilità e ricatto, tra innovazione e arbitrio. Conta quando rimette in chiaro che il conflitto non è una malattia della democrazia, bensì uno dei modi in cui la democrazia si accorge di essere ancora viva.

La vecchia formula dell’ILO, “il lavoro non è una merce”, non ha perso forza. Ha solo cambiato scenario. Oggi va ripetuta davanti alle piattaforme che classificano senza assumere, alle caselle di posta che non conoscono sera, ai contratti che scadono prima di diventare esperienza, ai salari che tengono in piedi il mese senza sempre tenere in piedi la vita. Va ripetuta anche davanti a un certo entusiasmo per la modernizzazione, quando la modernizzazione assomiglia troppo a un vecchio rapporto di forza lucidato con un panno nuovo.
ILO, storia e principi.

Un primo maggio onesto non consola. Fa qualcosa di più utile, e meno festoso: rimette attrito dove il linguaggio del potere vorrebbe soltanto scorrimento. Ricorda che il lavoro non è una parola buona per tutti gli usi. È tempo, corpo, salario, riconoscimento, conflitto, cittadinanza. È anche il punto in cui una società si tradisce con maggiore facilità, perché può proclamare dignità e organizzare dipendenza nello stesso pomeriggio.

Verso sera, quando la piazza si svuota e i tecnici smontano il palco, il lavoro torna lentamente a occupare spazio. Qualcuno rientra davvero. Qualcuno ricomincia già. Qualcuno prepara il turno del giorno dopo. Il primo maggio resta lì, con la sua aria poco festosa e necessaria, a ricordare che quel “tutto ricomincia” non è una legge naturale. È una forma dell’organizzazione sociale. E le forme, anche quelle che sembrano eterne, prima o poi possono essere cambiate.

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Amo la storia e la geopolitica perché mi piace capire cosa muove le persone, i Paesi e le scelte che cambiano il mondo. Scrivo di attualità internazionale e analisi geopolitica con l’obiettivo di dare contesto, collegare i fatti e rendere più chiari i processi che stanno dietro le notizie. Sono cresciuto tra cinema, letteratura e musica, con una predilezione per il punk rock: energia, idee nette, zero decorazioni inutili. Scrivere è il mio modo di trasformare curiosità e ricerca in lettura utile, accessibile e onesta.

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