Geopolitica,  Opinioni

Gaza: l’abitudine alla catastrofe

Gaza: l’abitudine alla catastrofe

Gaza mostra come una tragedia umanitaria possa diventare routine politica, mediatica e diplomatica quando il dolore viene amministrato invece che fermato.

C’è una fila, da qualche parte a Gaza. Non importa quasi più dove, e già questa è una sconfitta. Una fila davanti a un camion, a un punto di distribuzione, a una cisterna, a un ambulatorio rimesso in piedi con l’ostinazione di chi sa che domani potrebbe non esserci più il muro. Qualcuno tiene in mano un sacco, qualcuno un documento, qualcuno un bambino troppo leggero. Tutti aspettano qualcosa che, in una vita normale, non dovrebbe avere l’aria di un favore: acqua, farina, medicine, un passaggio, una notizia.

La catastrofe, quando dura abbastanza, impara a vestirsi da procedura. Non arriva più come uno scandalo intero. Arriva a pezzi. Un convoglio ritardato. Un valico chiuso. Una scuola trasformata in rifugio. Una tenda che prende il posto di una casa. Un comunicato che parla di “accesso umanitario” con quella freddezza lessicale che sembra fatta apposta per non sentire il rumore dei piatti vuoti.

È così che l’orrore diventa routine: non perché smetta di essere orrore, ma perché noi impariamo a incontrarlo ogni giorno senza più inciampare.

Secondo Reuters, più di due milioni di persone risultano ancora concentrate in meno della metà del territorio di Gaza, mentre l’inviato Nickolay Mladenov ha avvertito il Consiglio di Sicurezza che la divisione della Striscia rischia di diventare permanente se il cessate il fuoco non regge e se non si esce dall’attuale stallo politico e militare. Gaza divisa e popolazione compressa.

La geografia del provvisorio

Una volta la parola “sfollato” indicava un movimento, una fuga, un passaggio doloroso da un luogo a un altro. A Gaza ha finito per indicare una condizione quasi stabile. Si viene spostati, poi rispostati, poi invitati a stare in una zona chiamata sicura fino al prossimo ordine, alla prossima bomba, alla prossima necessità militare. Il provvisorio, lì, ha messo radici. Strano mestiere, quello delle radici in una terra che non lascia più fermare nessuno.

Il linguaggio ufficiale ama le mappe. Aree, corridoi, fasi, zone, linee di ritiro, punti di accesso. Da lontano tutto sembra quasi ordinato. Da vicino, invece, una mappa è spesso una famiglia che smonta una tenda, una donna che rimette in una borsa le poche cose rimaste, un vecchio che non domanda più dove si vada, perché la domanda ha perso educazione e utilità.

Il rischio politico è questo: che Gaza smetta di essere percepita come emergenza e venga trattata come assetto. Una popolazione compressa. Un territorio spezzato. Una ricostruzione sempre promessa e sempre condizionata. Una sovranità palestinese rimandata al prossimo documento, alla prossima conferenza, alla prossima buona volontà dei potenti.

La pace, quando diventa un tavolo senza sedie per chi subisce, assomiglia troppo a un’amministrazione del danno.

La fame come linguaggio

La fame ha una sua grammatica elementare. Non argomenta, non fa conferenze stampa. Scava le guance, rallenta i passi, spegne l’infanzia. Eppure, attorno alla fame, la politica riesce a costruire un lessico molto complicato. Accesso. Ispezioni. Sicurezza. Quantità autorizzate. Distribuzione. Coordinamento. Parole forse necessarie, finché non servono a rendere accettabile l’inaccettabile.

Nel dicembre 2025 l’IPC, il sistema internazionale di classificazione della sicurezza alimentare, ha dichiarato che Gaza non era più formalmente in carestia dopo l’aumento degli aiuti seguito al cessate il fuoco, avvertendo però che la situazione restava altamente fragile e che oltre centomila persone erano ancora in condizioni catastrofiche. IPC e livelli di fame a Gaza.

Questa è una delle frasi più terribili del nostro tempo: “non più formalmente in carestia”. Dentro c’è tutto il divorzio tra linguaggio tecnico e vita reale. Perché un bambino non mangia una categoria IPC. Una madre non cucina una soglia statistica. Un uomo non si alza meno affamato perché il disastro è passato da un nome all’altro.

Il diritto internazionale conosce bene la questione. La Corte internazionale di giustizia, in un parere dell’ottobre 2025, ha affermato che Israele deve consentire l’ingresso degli aiuti a Gaza e cooperare con le agenzie delle Nazioni Unite, compresa UNRWA, rilevando violazioni degli obblighi internazionali connessi alle restrizioni sugli aiuti. Parere ICJ sugli aiuti a Gaza.

Ma il problema, a Gaza, non è soltanto sapere che cosa dice il diritto. È vedere quante volte il diritto arriva tardi, affannato, con la toga impolverata, mentre la realtà ha già fatto il suo giro.

L’aiuto trasformato in prova

C’è qualcosa di profondamente osceno in un mondo dove l’aiuto umanitario deve continuamente dimostrare di non essere un favore politico, una minaccia, un trucco, una concessione da dosare. L’aiuto dovrebbe entrare perché ci sono esseri umani che ne hanno bisogno. Punto. Sembra una frase ingenua, quasi infantile. Infatti è diventata rivoluzionaria.

L’AP ha raccontato, nel maggio 2026, l’intercettazione da parte israeliana di una flottiglia diretta verso Gaza, organizzata per denunciare la crisi umanitaria e il blocco navale. Israele ha definito l’iniziativa una provocazione; gli attivisti l’hanno presentata come un tentativo di richiamare l’attenzione su una popolazione ancora prigioniera di restrizioni e bisogno. Flottiglia verso Gaza intercettata.

Anche qui il dettaglio conta. La politica discute la natura del gesto, la legittimità della rotta, le simpatie degli organizzatori, la cornice diplomatica. Intanto, a terra, resta la domanda più povera e più seria: perché una popolazione civile deve dipendere da simili spettacoli internazionali per ricordare al mondo che esiste?

È così che la catastrofe diventa routine. Ogni gesto di soccorso viene esaminato come se fosse una manovra. Ogni convoglio diventa caso. Ogni sacco di farina attraversa un sospetto. La fame, che dovrebbe sospendere la retorica, viene arruolata anche lei.

I morti senza sorpresa

All’inizio di una guerra si contano i morti con orrore. Poi li si conta con precisione. Alla fine, con stanchezza. È uno dei passaggi più gravi, perché non riguarda soltanto chi uccide o chi muore. Riguarda chi guarda. Il pubblico internazionale, se bombardato abbastanza a lungo dalle cifre, sviluppa una specie di callo morale. Non per cattiveria individuale. Per assuefazione.

I numeri continuano a essere necessari. Senza numeri, il crimine si scioglie in impressione. Ma il numero, da solo, può diventare una stanza senza finestre. Settantamila, ottantamila, centomila. Dopo un po’ la mente non vede più corpi. Vede grandezze. E le grandezze, nelle democrazie televisive, hanno una pessima abitudine: si lasciano archiviare.

Il ministero della Sanità di Gaza, citato dall’AP, ha indicato oltre 72.700 morti dall’inizio della risposta militare israeliana agli attacchi guidati da Hamas del 7 ottobre 2023. Vittime a Gaza secondo il ministero della Sanità locale.

Anche gli ostaggi israeliani, i civili uccisi il 7 ottobre, le famiglie spezzate da Hamas appartengono al nucleo originario di questa tragedia. Dirlo non attenua nulla di ciò che Gaza subisce. Serve, al contrario, a non permettere alla propaganda di scegliere al posto nostro quali vite meritino piena realtà e quali possano diventare nota a piè di pagina.

Il problema comincia quando una sofferenza viene usata per autorizzarne un’altra senza limite. È lì che una guerra pretende di diventare destino. Ed è lì che il linguaggio politico dovrebbe fermarsi, lavarsi la faccia, e ricominciare da una parola semplice: civili.

L’Europa spettatrice

L’Europa parla molto bene. Ha un talento antico per le formule nobili, i comunicati equilibrati, le preoccupazioni profonde. Sa dire “diritto internazionale” con una voce quasi commovente. Poi, spesso, resta ferma nel punto in cui le parole dovrebbero diventare conseguenze.

Su Gaza questa distanza è diventata imbarazzante. Non perché l’Europa possa risolvere da sola la guerra. Nessuno glielo chiede con serietà. Ma una potenza che si definisce normativa, civile, fondata sui diritti, non può limitarsi a contemplare la propria impotenza come fosse una forma superiore di prudenza.

La prudenza, quando dura troppo davanti alla distruzione di una popolazione civile, cambia nome. Diventa complicità per inerzia, o almeno abitudine all’ingiustizia. E l’abitudine, in politica, è una delle forme più educate della resa.

Il Consiglio di Sicurezza aveva già chiesto nel 2024 un cessate il fuoco immediato e l’allargamento del flusso degli aiuti umanitari, con la risoluzione 2728. Risoluzione ONU 2728 sul cessate il fuoco a Gaza.

Quante volte una richiesta internazionale deve essere ripetuta prima di smettere di sembrare diplomazia e cominciare a sembrare impotenza?

La normalità come arma

La routine è pericolosa perché tranquillizza. Se qualcosa accade ogni giorno, finisce per sembrare parte del paesaggio. I bombardamenti diventano “nuovi raid”. Gli sfollati diventano “popolazione in movimento”. La fame diventa “insicurezza alimentare”. La distruzione degli ospedali diventa “collasso del sistema sanitario”. Tutto vero, tutto corretto, tutto insufficiente.

La lingua umanitaria deve misurare. La lingua giornalistica deve verificare. La lingua politica dovrebbe decidere. Invece spesso le tre lingue finiscono per produrre una quarta cosa, più grigia: il bollettino della permanenza. Gaza resta grave. Gaza resta fragile. Gaza resta complessa. Gaza resta.

E intanto il verbo che manca è sempre lo stesso: fermare.

La routine serve anche a spostare la colpa. Nessuno sembra più responsabile dell’intero, perché tutti gestiscono un pezzo. Uno controlla un valico. Uno negozia una fase. Uno condanna un episodio. Uno promette una ricostruzione. Uno distribuisce tende. Uno chiede moderazione. La catastrofe, divisa in competenze, perde il volto del responsabile. Diventa amministrazione.

È una forma moderna di violenza: far sembrare il disastro troppo complicato per essere giudicato.

Restituire scandalo alle parole

Gaza obbliga a una fatica morale molto semplice: non abituarsi. Non lasciare che l’assedio diventi sfondo, che la fame diventi dato, che la tenda diventi casa, che il lutto diventi statistica. Non accettare che la parola “umanitario” serva a rendere più sopportabile ciò che dovrebbe essere politicamente intollerabile.

Questo non significa fingere che Hamas non esista, o che il 7 ottobre non abbia aperto una ferita reale e terribile nella società israeliana. Significa rifiutare il ricatto mentale per cui la realtà di un crimine autorizzerebbe la gestione indefinita di un altro. La civiltà giuridica nasce proprio per questo: impedire alla vendetta di chiamarsi sicurezza all’infinito.

Su Il Punto di Vista, il filo con l’articolo su Gaza: non è una guerra simmetrica, è una guerra contro la possibilità di vivere () è naturale. Lì il punto era la sproporzione. Qui il punto è l’abitudine. Sono due facce dello stesso meccanismo: prima si rende una vita impossibile, poi si abitua il mondo a considerarla impossibile.

E qui torna anche il tema dell’informazione sotto stress, perché una catastrofe diventa routine anche quando il racconto pubblico perde attrito, quando le parole arrivano già levigate, caute, compatibili con il giorno dopo.

Quello che resta

Alla fine resta una scena piccola. Una fila. Una madre. Un sacco. Un telefono senza rete. Un bambino che aspetta qualcosa da mangiare. Un medico che lavora con mezzi insufficienti. Un giornalista che cerca una parola meno consumata di “emergenza”. Un diplomatico che dice “fragile” davanti a un territorio distrutto.

La catastrofe diventa routine quando nessuno riesce più a provare sorpresa. Eppure la sorpresa è ancora dovuta. Non quella ingenua di chi scopre il male per la prima volta. Quella più adulta, più ostinata, di chi rifiuta di considerarlo normale.

Gaza, oggi, chiede almeno questo: che il mondo smetta di trattare la sopravvivenza palestinese come una questione logistica. Non si tratta soltanto di far entrare più camion, pure indispensabili. Si tratta di far uscire Gaza dalla categoria oscena delle tragedie amministrate.

Perché una catastrofe che diventa routine non è meno grave. È più grave.

Vuol dire che ha già cominciato a educarci.

Avatar photo

Amo la storia e la geopolitica perché mi piace capire cosa muove le persone, i Paesi e le scelte che cambiano il mondo. Scrivo di attualità internazionale e analisi geopolitica con l’obiettivo di dare contesto, collegare i fatti e rendere più chiari i processi che stanno dietro le notizie. Sono cresciuto tra cinema, letteratura e musica, con una predilezione per il punk rock: energia, idee nette, zero decorazioni inutili. Scrivere è il mio modo di trasformare curiosità e ricerca in lettura utile, accessibile e onesta.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *