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Ceuta, l’Europa dei respinti

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Tra Rabat, Madrid, Washington, Algeri e Bruxelles, decine di migliaia di persone sono diventate moneta diplomatica. Oltre ottanta sono morte. La destra grida all’invasione; il centrosinistra organizza il ritorno.

All’alba, sulla costa di Ceuta, erano rimaste le scarpe. Alcune in coppia, quasi ordinate; altre senza la compagna, come accade agli oggetti quando gli uomini hanno fretta di non morire. Il mare aveva restituito vestiti, telefoni inutilizzabili, coperte termiche e corpi. Il mare restituisce ciò che la politica cancella. Dietro, la recinzione continuava il proprio mestiere con la serenità delle opere pubbliche: separare un continente dall’altro fingendo che il problema fosse la rete metallica.

Tra il 30 e il 31 luglio, fra cinquantamila e sessantamila persone hanno raggiunto o tentato di raggiungere l’enclave spagnola. Molte hanno aggirato a nuoto le barriere costiere; altre sono passate quando il controllo marocchino ha ceduto. Il bilancio ha superato gli ottanta morti. Quasi tutti i partecipanti erano marocchini, spinti dalla povertà, dalla disoccupazione e da messaggi circolati sui social che annunciavano una frontiera aperta e un’improbabile regolarizzazione automatica. (Associated Press)

L’Europa ha trovato immediatamente la parola adatta: invasione.

È una parola comoda. Risparmia la fatica di domandare chi siano gli invasori, quali eserciti comandino, quali territori intendano conquistare e perché tanti di loro, una volta arrivati, fossero scalzi, infreddoliti o incapaci di reggersi in piedi.

L’invasione è il solo genere militare nel quale i soldati affogano prima di ricevere le armi.

Ceuta è stata attraversata dalle persone e adoperata dai governi. Le prime hanno messo il corpo; i secondi la grammatica.

Questa è anche la ragione per cui Il Punto di Vista è nato per dare voce a chi voce non ne ha: dietro ogni “flusso” esiste una persona che il linguaggio politico ha già cominciato a cancellare.

Rabat possiede le chiavi

Non è stato provato che il governo marocchino abbia organizzato il movimento verso Ceuta.

Le ricostruzioni disponibili indicano però che, nelle prime ore, i controlli furono insufficienti o deliberatamente allentati. L’intelligence spagnola ritiene plausibile che il Marocco abbia consentito il passaggio senza necessariamente averlo diretto. Rabat nega e attribuisce la crisi ai trafficanti, alla disinformazione e alla disperazione sociale. Il confine, nel frattempo, si è aperto abbastanza da lasciar passare decine di migliaia di persone. (Reuters)

Mohammed VI non deve telefonare a ogni posto di frontiera per esercitare il proprio potere. Gli basta che Madrid sappia chi custodisce il cancello.

Il precedente del 2021 è ancora sul tavolo. Quando la Spagna accolse per cure mediche Brahim Ghali, dirigente del Fronte Polisario, il controllo marocchino si fece improvvisamente distratto e migliaia di persone entrarono a Ceuta. Il Parlamento europeo denunciò allora l’uso della migrazione, e in particolare dei minori, come mezzo di pressione politica. Nel 2022 il governo Sánchez modificò poi la posizione spagnola sul Sahara occidentale, sostenendo il piano di autonomia proposto da Rabat. (Parlamento europeo)

La diplomazia chiamò il passaggio “nuova fase”. Le frontiere, meno educate, avevano già presentato il conto.

L’Unione europea ha costruito questa dipendenza finanziando il controllo marocchino delle partenze. Ora scopre che il guardiano può smettere di vigilare. È la sorpresa di chi ha consegnato le chiavi e pretende di essere ancora padrone della serratura.

Washington non era sulla spiaggia

Nel dibattito seguito alla crisi sono circolate accuse di una macchinazione statunitense o israeliana contro Sánchez.

Non esistono prove che Donald Trump, Israele o l’amministrazione americana abbiano organizzato il movimento verso Ceuta. Le ricostruzioni che lo affermano trasformano un interesse geopolitico evidente in una regia mai dimostrata. Un’inchiesta può mostrare il tavolo inclinato; non deve inventare la mano che muove ogni bicchiere. (Associated Press)

Washington, tuttavia, non è estranea alla partita.

Nel 2020 Trump riconobbe ufficialmente la sovranità marocchina sull’intero Sahara occidentale, rompendo con la posizione delle Nazioni Unite e concedendo a Mohammed VI l’appoggio della maggiore potenza occidentale sulla questione più importante per la monarchia. Oggi Trump è nuovamente presidente degli Stati Uniti e Rabat resta uno dei suoi alleati regionali più affidabili. (Proclamazione della Casa Bianca)

Trump non compare necessariamente tra gli scogli. Compare nella disposizione delle sedie attorno al tavolo.

In diplomazia è spesso il modo più efficace di partecipare senza bagnarsi le scarpe.

Algeri ritorna dalla porta principale

Il 20 luglio, pochi giorni prima dell’esplosione della crisi, Pedro Sánchez si è recato ad Algeri per ricucire una relazione compromessa proprio dal precedente avvicinamento spagnolo alle posizioni marocchine sul Sahara occidentale.

Sánchez e il presidente Abdelmadjid Tebboune hanno annunciato una nuova fase nei rapporti, una riunione bilaterale in autunno e una cooperazione più stretta anche nella gestione dei movimenti migratori. Madrid ha definito l’Algeria un Paese amico e un partner strategico. (La Moncloa)

Algeri continua però a sostenere il diritto all’autodeterminazione del popolo sahrawi e considera il Fronte Polisario il rappresentante legittimo della sua lotta. La nuova amicizia poggia dunque sopra una crepa che nessuna fotografia ufficiale ha chiuso. (Radio Algerina)

Che Rabat abbia lasciato allentare i controlli per avvertire Madrid dopo il viaggio di Sánchez ad Algeri è un’ipotesi politicamente coerente e presa seriamente in considerazione dagli osservatori. Non è ancora una prova. Resterà quindi ciò che è: una possibilità, non una certezza vestita per la sera.

È già abbastanza.

Una monarchia alleata degli Stati Uniti controlla una frontiera europea. La Spagna dipende da quella monarchia e nello stesso tempo ricuce con il suo maggiore rivale regionale. L’Algeria sostiene la causa sahrawi e torna al centro della partita mediterranea. L’Europa finanzia tutti affinché la migrazione resti lontana dai propri marciapiedi.

Sembra un’epopea continentale. Mancano gli eroi. Abbondano i contabili.

Sánchez e il successo dei “ritorni”

Il governo spagnolo ha rivendicato la rapidità della risposta.

Secondo Madrid, circa 69.500 persone erano già tornate in Marocco entro il 3 agosto. Fra tremila e cinquemila rimanevano a Ceuta, comprese più di ottocento persone minorenni non accompagnate. Le strutture di accoglienza risultavano sopraffatte. (Reuters)

La parola ufficiale è ritorno.

Possiede la morbidezza dei termini scelti dopo una lunga riunione. Non chiarisce quante persone siano rientrate liberamente, quante lo abbiano fatto perché a Ceuta mancavano acqua, cibo e riparo, quante abbiano potuto chiedere asilo, quante siano state ascoltate individualmente e quante siano ricomparse oltre il confine dentro una statistica soddisfatta.

Le testimonianze raccolte sul posto raccontano che molti tornarono perché non avevano trovato né accoglienza né condizioni per restare. Il ritorno può essere formalmente volontario e materialmente obbligato dalla fame. Anche la libertà, quando dorme all’aperto, accetta compromessi.

Sánchez ha ragione quando denuncia l’egoismo e la propaganda degli altri governi europei. Ha meno ragione quando il numero delle persone ricondotte in Marocco diventa la prova dell’efficienza progressista.

La regolarizzazione spagnola, accusata da diversi governi di aver provocato il movimento, riguardava persone presenti in Spagna prima del 1º gennaio 2026 e in grado di dimostrare almeno cinque mesi consecutivi di permanenza. Non offriva alcun ingresso automatico a chi fosse appena arrivato a Ceuta. (Associated Press)

Questo assolve Sánchez dall’accusa più grossolana. Non lo assolve dalle proprie responsabilità.

Un governo di sinistra non viene giudicato dalla qualità lessicale dei respingimenti. Viene giudicato da ciò che accade alle persone quando le telecamere smettono di riprendere.

Anche la sinistra, davanti a un cancello, scopre talvolta un’insospettabile passione per gli indicatori di rendimento.

Meloni e la frontiera inventata

Giorgia Meloni non ha aspettato che le persone rimaste a Ceuta decidessero dove andare. Ha provveduto lei.

L’Italia ha reintrodotto per un mese controlli mirati sui cittadini non europei provenienti dalla Spagna per via marittima o aerea. Il provvedimento non riguardava i cittadini spagnoli o degli altri Paesi dell’Unione. L’Italia non condivide alcun confine terrestre con la Spagna e non vi erano indicazioni che le persone entrate a Ceuta avessero intenzione di raggiungerla. (Reuters)

Meloni ha difeso l’Italia da uomini fermi in un lembo di Spagna affacciato sull’Africa.

La geografia, colta ancora una volta in atteggiamento lassista, non è stata consultata.

La misura poteva vantare una modesta utilità pratica e un’eccellente resa televisiva. Prima si dichiara una minaccia, poi si installa un controllo, infine si mostra il controllo come prova che la minaccia esisteva. È un procedimento circolare, ma gira benissimo.

Italia e Danimarca hanno inoltre guidato il gruppo dei governi che ha chiesto una risposta europea immediata, più sorveglianza delle frontiere esterne, più rimpatri, maggiore presenza di Frontex e nuova cooperazione con Rabat. Ventidue governi hanno aderito alla linea.

Il migrante reale poteva essere affamato, ferito o morto.

Quello politicamente utile doveva invece possedere una notevole capacità di pianificazione: partire dal Marocco, raggiungere Ceuta, beneficiare di una regolarizzazione alla quale non aveva diritto, attraversare la Spagna e presentarsi infine in Italia.

La propaganda, quando viaggia, non ha bisogno di documenti.

Frederiksen, la socialdemocrazia con il mazzo di chiavi

Accanto a Meloni compare Mette Frederiksen.

La loro alleanza racconta più dell’Europa contemporanea di molti congressi socialisti. La prima viene dalla destra italiana; la seconda governa in nome della socialdemocrazia danese. In materia migratoria hanno sviluppato una concordia quasi domestica.

Il 19 giugno avevano già promosso un documento sostenuto dalla maggioranza degli Stati membri per chiedere che l’Unione utilizzasse le nuove norme per creare centri di ricezione e rimpatrio in Paesi esterni all’Europa. Il testo invita la Commissione a sostenere finanziariamente queste iniziative e cita esplicitamente il modello Italia-Albania. (Governo danese)

Frederiksen conserva il vocabolario della sinistra e ha cambiato quasi tutti i verbi.

Non espelle: aumenta i ritorni. Non deporta: trasferisce in un centro esterno. Non porta persone in Paesi terzi: realizza soluzioni innovative. Non chiude la porta: riprende il controllo.

La modernità politica consiste anche nel trovare una formula abbastanza morbida da attraversare un congresso e abbastanza dura da chiudere un cancello.

La destra ha ottenuto così qualcosa di più importante di una vittoria elettorale: ha imposto a una parte della socialdemocrazia il proprio dizionario mentale.

Frederiksen non copia Meloni. Dimostra che Meloni può essere tradotta in danese.

Von der Leyen e la medicina che aumenta la dipendenza

Ursula von der Leyen è intervenuta quando lo scontro fra Madrid e gli altri governi era ormai arrivato fino a Bruxelles.

Ha offerto sostegno alla Spagna, ma ha anche proposto di aumentare l’assistenza tecnica e finanziaria al Marocco, migliorare i sistemi di allarme e rafforzare la gestione delle frontiere. (Reuters)

La soluzione possiede una logica impeccabile: dopo aver scoperto che l’Europa dipende dal controllo marocchino, si aumenta il sostegno al controllo marocchino.

Rabat possiede una parte delle chiavi. Bruxelles propone di pagare meglio il custode.

L’Unione conosce perfettamente il rischio. Il nuovo Patto europeo definisce persino l’“instrumentalizzazione” della migrazione: la situazione nella quale uno Stato terzo o un soggetto ostile facilita il movimento di persone verso una frontiera per destabilizzare un Paese europeo. Nello stesso tempo, però, Bruxelles continua a trasferire denaro, mezzi e responsabilità ai governi dai quali teme di essere ricattata. (Commissione europea)

L’esternalizzazione funziona finché il contraente obbedisce. Quando smette, l’Europa non rimette in discussione il contratto.

Alza l’offerta.

Von der Leyen somiglia al medico che cura la dipendenza aumentando la dose e annota con soddisfazione che il paziente, per qualche ora, ha smesso di protestare.

Frontex, l’occhio che era già aperto

Frontex non è arrivata dopo il disastro, con l’aria sorpresa del soccorritore chiamato troppo tardi.

Dal 10 giugno era già operativa Minerva 2026, diretta dalla polizia spagnola e coordinata dall’agenzia europea nei porti di Ceuta, Algeciras e Tarifa. Il dispositivo, previsto fino al 2 settembre, comprende trentacinque agenti spagnoli e fino a centotrentasette esperti forniti da quindici Paesi: specialisti in documenti falsi, intervistatori, unità cinofile e personale di frontiera. Tra gli obiettivi figurano il controllo dei movimenti migratori e la raccolta di informazioni sul traffico di persone. (Ministero dell’Interno spagnolo)

Questo non significa che Frontex potesse fermare decine di migliaia di persone o prevedere con esattezza il cedimento del confine.

Significa che l’Europa non era cieca.

Aveva uomini, mezzi, pattuglie, banche dati e una sigla scritta in maiuscolo.

Che cosa sapevano le autorità spagnole? Quali segnali erano stati raccolti? Quando si accorsero che messaggi e convocazioni circolavano sui social? Quali informazioni arrivarono dal Marocco? Perché un apparato creato anche per raccogliere dati sui movimenti irregolari non trasformò quei segnali in un allarme proporzionato?

Una sigla non diventa responsabile perché esiste. Diventa politicamente interessante quando esiste già e, dopo, tutti sostengono di essere stati colti di sorpresa.

Frontex è il punto nel quale la retorica europea indossa un’uniforme. Non inventa da sola la politica: la esegue, la registra, la traduce in controlli, identificazioni e operazioni di ritorno.

L’occhio appartiene al corpo.

Il centro che non si chiama carcere

Dopo l’attraversamento comincia il regno delle sigle.

A Ceuta opera il CETI, Centro di permanenza temporanea per immigrati. È formalmente una struttura di accoglienza destinata anche a richiedenti asilo e persone vulnerabili, non un istituto penitenziario. Durante la crisi, però, il sistema locale è stato travolto e migliaia di persone sono rimaste senza una sistemazione adeguata.

Il CIE, Centro di internamento per stranieri, appartiene a un’altra categoria. L’ingresso deve essere autorizzato da un giudice mentre viene preparata una possibile espulsione. La durata massima è di sessanta giorni. Lo Stato spagnolo lo definisce una struttura non penitenziaria; la persona internata, tuttavia, deve rimanere a disposizione dell’autorità giudiziaria e non può uscire liberamente. (Ministero dell’Interno spagnolo)

Le differenze giuridiche sono reali e importanti.

Anche la porta è reale.

Non esiste un prigioniero, ma un internato. Non c’è una pena, ma una misura cautelare. Non si sconta una condanna: si attende l’esecuzione di un rimpatrio.

L’Europa ha abolito le parole sgradevoli, non necessariamente le stanze.

Il Patto e la fabbrica dell’attesa

Dal 12 giugno 2026 il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo è pienamente applicabile.

Le persone entrate irregolarmente devono essere identificate, sottoposte a controlli sanitari, di sicurezza e di vulnerabilità e registrate in Eurodac. Per alcune categorie è prevista una procedura accelerata alla frontiera: la persona rimane nell’area di confine mentre la domanda d’asilo viene esaminata. La procedura può durare fino a dodici settimane; in caso di rifiuto può seguirne un’altra, anch’essa fino a dodici settimane, dedicata al ritorno. (Commissione europea)

Sulla carta esistono garanzie, assistenza legale e controlli sui diritti fondamentali. La carta europea è sempre molto attenta alla dignità.

Il problema comincia quando la dignità deve trovare un interprete, un avvocato, un letto e un funzionario non oberato davanti a decine di migliaia di persone.

Il Patto chiama tutto questo “procedura di frontiera”. L’espressione suggerisce un banco ordinato, una cartella e qualcuno che attende il proprio turno.

Ceuta ha mostrato uomini sugli scogli, centri saturi, minori ammassati e persone tornate indietro perché non avevano trovato né cibo né riparo.

La finzione giuridica può stabilire che chi attende alla frontiera non sia ancora realmente entrato nell’Unione.

Il corpo, meno esperto di diritto europeo, continua nel frattempo ad avere freddo.

Erdoğan, il primo custode

Erdoğan aveva capito tutto con qualche anno d’anticipo.

Nel marzo 2016 l’Unione europea e la Turchia stabilirono che Ankara avrebbe ripreso le persone arrivate irregolarmente sulle isole greche. Bruxelles mise sul tavolo tre miliardi di euro e promise di mobilitarne altri tre, collegando la collaborazione migratoria ad altri dossier politici ed economici. (Consiglio europeo)

Erdoğan non ha inventato la paura europea. Ha avuto soltanto l’occhio commerciale di chi vede un bisogno e gli assegna un prezzo.

Da allora il rifugiato può valere due volte: quando viene trattenuto e quando si minaccia di non trattenerlo più. Ankara ospita, controlla e negozia. Bruxelles paga, protesta e torna a negoziare.

L’essere umano rimane nel contratto come la clausola che nessuno legge ad alta voce.

Il modello è stato replicato altrove. Rabat sorveglia Ceuta e Melilla. La Tunisia controlla una parte della rotta centrale. Gli apparati libici intercettano.

L’Europa chiama tutto questo partenariato: una parola di eccellente educazione, capace di mettere allo stesso tavolo chi versa il denaro, chi chiude il cancello e chi vi rimane schiacciato.

L’esternalizzazione delle frontiere somiglia all’appalto delle pulizie notturne. Il committente desidera il pavimento immacolato al mattino e preferisce non domandare chi abbia respirato i vapori.

Le Libie e il retrobottega europeo

Parlare del “governo libico” al singolare sarebbe già una concessione alla fantasia.

La Libia è attraversata da autorità rivali, apparati armati, strutture ufficiali, milizie e reti criminali che possono combattersi oggi e spartirsi domani il ricavato dello stesso corpo.

Un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato nel febbraio 2026 descrive un modello economico violento: uccisioni, torture, violenze sessuali, rapimenti, traffico di persone, lavoro forzato ed estorsioni. Le reti responsabili operano spesso attraverso collegamenti con apparati pubblici e soggetti formalmente incaricati della sicurezza. (Nazioni Unite)

Qui il Mediterraneo perde l’eleganza delle conferenze stampa.

Una persona può essere intercettata in mare, riportata in Libia, privata dei documenti e rinchiusa. Può essere picchiata affinché telefoni alla famiglia e chieda denaro. Può essere venduta come forza lavoro. Può scomparire.

L’Unione europea conosce questo paesaggio. Tra il 2021 e il 2024 ha approvato programmi migratori per la Libia per circa 220 milioni di euro; dichiara che oltre due terzi sono destinati a protezione, evacuazioni e ritorni volontari. Nella medesima pagina istituzionale ammette di sostenere la Guardia costiera libica attraverso missioni europee civili e militari. (Commissione europea)

Non è necessario sostenere che ogni euro europeo finanzi direttamente una violenza.

È sufficiente osservare la contraddizione: l’Europa finanzia la protezione delle vittime e contemporaneamente rafforza alcuni degli apparati che le riportano nel territorio in cui quella protezione diventa necessaria.

Il cerchio è perfetto.

Soltanto chi vi rimane chiuso dentro lo trova scomodo.

Ankara ha messo un prezzo alla paura europea. In Libia il tariffario è meno presentabile: intercettazione, detenzione, riscatto.

Bruxelles chiama entrambe le cose cooperazione con i Paesi terzi.

Le parole, almeno loro, viaggiano in prima classe.

Le strade che portano al mare

Raccontare la migrazione cominciando dalla frontiera è come recensire un dramma entrando a teatro durante l’ultimo atto.

Le persone non nascono sugli scogli di Ceuta. Arrivano dopo guerre, persecuzioni, economie fragili, disoccupazione, crisi climatiche, debiti pubblici e famiglie che hanno già venduto ciò che potevano vendere.

Non esiste una causa unica. Responsabilità locali, regimi autoritari, reti criminali, interessi regionali e potenze occidentali si intrecciano senza rispettare la comodità dei nostri slogan.

L’UNCTAD rileva che nel 2023 quasi metà dei Paesi africani aveva un debito superiore al 60 per cento del prodotto interno lordo e che in molti Stati gli interessi sottraevano alle casse pubbliche più risorse dell’istruzione o della sanità. (UNCTAD)

Poi arriva l’Europa e domanda perché partano.

Lo domanda mentre gli scambi commerciali di merci fra Unione europea e Africa hanno sfiorato i 355 miliardi di euro nel 2024. Lo domanda mentre gli Stati europei rappresentano ancora circa un quarto del commercio internazionale di armamenti. (Consiglio europeo; Servizio europeo per l’azione esterna)

Non tutte le armi europee alimentano le guerre dalle quali partono i migranti. Non ogni crisi africana è stata provocata dall’Occidente.

Ma un continente che vende una parte tanto consistente degli strumenti della guerra dovrebbe evitare di presentarsi sempre come il passante che ha appena udito gli spari.

L’Europa acquista energia, minerali e prodotti agricoli; vende macchinari, tecnologia e armi; finanzia governi perché impediscano alle persone di seguire la stessa rotta delle merci.

Il container possiede documenti migliori dell’uomo che lo ha caricato.

Come abbiamo raccontato parlando dei curdi stretti fra repressione, assedio e guerre per procura, il potere considera spesso una popolazione utile soltanto finché rimane sacrificabile.

La parola che precede il manganello

Prima della recinzione viene il vocabolario.

“Invasione”. “Assalto”. “Orda”. “Pressione”. “Arma ibrida”.

Ogni espressione compie un piccolo lavoro preparatorio: sottrae alla persona una storia e le assegna una funzione militare.

Un uomo che fugge può chiedere protezione. Un invasore deve essere respinto.

Una madre può suscitare solidarietà. Un flusso deve essere regolato.

Un ragazzo morto domanda responsabilità. Una pressione migratoria richiede soltanto una valvola.

La parola “invasione” non picchia materialmente nessuno. Si limita a spiegare in anticipo perché, quando qualcuno lo farà, una parte del pubblico proverà meno disagio.

Il razzismo moderno non ha sempre bisogno dell’uniforme. Gli basta una statistica senza volto, una cartina con frecce rosse e un ministro che pronunci “emergenza” con la gravità di chi spera segretamente che duri fino alle prossime elezioni.

L’invasore necessario

L’Europa che respinge ha però un problema: ha bisogno di lavoratori.

La Commissione europea riconosce la necessità della migrazione legale per affrontare le carenze di personale. Riconosce anche che agricoltura, assistenza, edilizia, trasporti e ristorazione sono settori ad alto rischio di sfruttamento, lavoro sommerso e condizioni illegali per i cittadini provenienti da Paesi terzi. (Commissione europea)

La stessa persona può dunque risultare superflua davanti alla frontiera e indispensabile all’alba, quando bisogna raccogliere pomodori, assistere un anziano, montare un ponteggio, consegnare un pacco o pulire una stanza d’albergo.

Respinta come cittadino. Reclutata come braccia.

Il sistema non desidera sempre che il migrante scompaia. Spesso preferisce che rimanga nella posizione giusta: con pochi documenti, scarsa capacità contrattuale, paura di denunciare e un permesso dipendente dal lavoro.

Abbastanza presente per produrre. Abbastanza precario da costare poco.

Qui destra e centrosinistra celebrano una delle loro riconciliazioni più discrete. La prima trasforma il migrante in nemico culturale; il secondo ne organizza l’integrazione economica senza domandare troppo spesso in quale gradino della scala venga collocato.

Poi entrambi lodano il mercato del lavoro per la sua capacità di inclusione.

È un’inclusione con ingresso di servizio.

Le imprese chiedono manodopera. I governi promettono espulsioni. Fra la domanda economica e l’offerta elettorale cresce un esercito di lavoratori utili e ricattabili.

Il migrante viene respinto abbastanza da avere paura, accolto abbastanza da poter lavorare.

Non è un difetto del sistema.

È uno dei suoi risultati migliori.

Gli unici senza strategia

A Ceuta ciascuno difendeva qualcosa.

Mohammed VI il valore delle proprie chiavi. Washington l’alleato marocchino e il tavolo inclinato sul Sahara occidentale. Algeri la causa sahrawi e il proprio ritorno nella partita mediterranea. Erdoğan il brevetto del ricatto migratorio. Gli apparati libici il mercato nel quale un uomo intercettato può diventare prigioniero, merce, riscatto.

Meloni difendeva il proprio pubblico. Frederiksen la conversione della socialdemocrazia alla politica dei cancelli. Sánchez il proprio governo e il numero dei ritorni. Von der Leyen il Patto e la rispettabilità delle procedure. Frontex la frontiera che osserva, registra, classifica e riconsegna.

Tutti possedevano una strategia. Tutti disponevano di un portavoce. Tutti avevano una parola capace di rendere presentabile il proprio interesse: sicurezza, cooperazione, stabilità, rimpatrio, solidarietà responsabile.

Le persone entrate in acqua non avevano niente di simile.

Avevano una costa davanti e una vita dietro. Qualcuno stringeva un telefono avvolto nella plastica. Qualcuno teneva le scarpe in mano. Qualcuno portava addosso soltanto i vestiti necessari a non sembrare già un naufrago.

Non volevano modificare gli equilibri del Mediterraneo.

Cercavano di non morire nel punto esatto in cui quegli equilibri avevano deciso di incontrarsi.

La politica europea le ha chiamate invasori. Era necessario. Un invasore può essere respinto senza troppe domande; un uomo infreddolito, un ragazzo scalzo, una madre che cerca il figlio hanno la pessima abitudine di somigliare a noi.

A Ceuta l’Europa è tornata a fare la storia come spesso le riesce meglio: senza ammettere di averla cominciata.

Ha finanziato i custodi, commerciato con i regimi, esportato armi, chiuso le vie legali e poi contemplato il risultato come una calamità venuta dal mare. Ha pagato altri perché tenessero lontane le persone e si è dichiarata ricattata quando quegli altri hanno scoperto quanto valesse aprire il cancello.

Rabat aveva le chiavi. Bruxelles il portafoglio. Madrid la frontiera. Roma il megafono. Copenaghen il certificato socialdemocratico. Washington la disposizione delle sedie.

Soltanto i respinti avevano messo il corpo.

E furono gli unici a essere trattati come una minaccia.

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Amo la storia e la geopolitica perché mi piace capire cosa muove le persone, i Paesi e le scelte che cambiano il mondo. Scrivo di attualità internazionale e analisi geopolitica con l’obiettivo di dare contesto, collegare i fatti e rendere più chiari i processi che stanno dietro le notizie. Sono cresciuto tra cinema, letteratura e musica, con una predilezione per il punk rock: energia, idee nette, zero decorazioni inutili. Scrivere è il mio modo di trasformare curiosità e ricerca in lettura utile, accessibile e onesta.

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