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A Kobane restano le macerie e una virgola

Kobane dopo l’assedio, combattente curda davanti alle macerie della città

Le SDF entrano nell’esercito siriano dopo dodici anni di guerra. I diritti curdi cercano posto nella nuova Siria, mentre per le donne delle YPJ il futuro resta ancora da scrivere.

Nel gennaio del 2015, a Kobane, si festeggiava. Non c’era molto con cui farlo. La città era sventrata, le case aperte come scatole, le strade coperte di macerie. Ma l’ISIS era stato respinto. Avevano resistito. Quelle fotografie fecero il giro del mondo: uomini e donne delle YPG e delle YPJ, divise che sembravano appartenere più alla polvere che a un esercito, il gesto della vittoria, le dita aperte a V. Per qualche mese imparammo tutti una parola che fino al giorno prima quasi nessuno sapeva pronunciare: Kobane.

Undici anni dopo, il 25 agosto 2026, Mazloum Abdi è a Damasco. Per chi abbia nel frattempo dimenticato nomi, sigle e uniformi, ed è comprensibile, la Siria ne ha prodotte abbastanza per riempire un almanacco, Abdi è il comandante delle Forze Democratiche Siriane (SDF), l’alleanza a guida curda che, con le YPG come componente decisiva, è stata il principale alleato terrestre degli Stati Uniti nella guerra contro lo Stato Islamico. È uno degli uomini che hanno attraversato quasi per intero la parabola del Rojava: dalla guerra contro l’ISIS al tavolo delle trattative con la nuova Damasco.

Quel 25 agosto non porta una resa. Non ne ha l’aria e, soprattutto, non ce n’è stata una. Ma annuncia che le SDF cessano di esistere come forza militare indipendente. Le loro strutture vengono integrate nello Stato siriano e nell’esercito della nuova Siria guidata da Ahmed al-Sharaa. Reuters racconta la dissoluzione delle SDF e la loro integrazione nell’esercito siriano.

Tre giorni dopo accade qualcosa che nel 2015 sarebbe stato difficile persino immaginare: al-Sharaa nomina Mazloum Abdi consigliere presidenziale. Il comandante della forza armata autonoma curda entra dunque, almeno formalmente, nel palazzo dello Stato nel quale quella forza si è appena sciolta. Reuters, il 28 agosto, dà notizia della nomina e lascia aperta una domanda non secondaria: non è ancora chiaro quanto il nuovo incarico sarà politico e quanto cerimoniale. Per ora abbiamo un titolo, un decreto e un uomo che tre giorni prima comandava un esercito autonomo. Il resto bisognerà vederlo.

Una rivoluzione tradita? No. La tentazione c’è, perché le formule definitive hanno un pregio formidabile: ci risparmiano la fatica di pensare. Ma Kobane merita qualcosa di più. Una rivoluzione sconfitta, allora? Nemmeno. Nessun esercito è entrato a Kobane dopo averne abbattuto le difese. Nessuna bandiera bianca è stata consegnata al vincitore. Gli uomini e le donne che hanno combattuto lo Stato Islamico non sono stati disarmati alla fine di una battaglia perduta.

Eppure qualcosa è finito. Si avverte quella sensazione antipatica quando hai capito che qualcosa sta finendo.

Quando l’ISIS arrivò alle porte di Kobane nel 2014, la geografia improvvisamente divenne semplice. C’erano loro e c’erano quelli che cercavano di fermarli. Per una volta non servivano grandi atlanti geopolitici. Bastavano le immagini delle combattenti curde. Ragazze molto giovani, spesso, diventate in Occidente il volto di una guerra che l’Occidente preferiva combattere dal cielo. Gli Stati Uniti arrivarono con l’aviazione. I curdi rimasero a terra. Era una divisione del lavoro abbastanza chiara.

Da quella battaglia nacque qualcosa che andava ben oltre Kobane. Le forze curde divennero il principale alleato terrestre della coalizione internazionale contro lo Stato Islamico. Intorno a loro crebbero strutture militari, amministrazioni, municipalità. Nel nord-est siriano prese forma un esperimento politico che avrebbe cambiato denominazioni e confini e che il resto del mondo avrebbe imparato a chiamare, con una certa approssimazione, Rojava. È la stessa Kobane che su Il Punto di Vista avevamo raccontato pochi mesi fa attraverso l’assedio, l’isolamento e l’uso di acqua ed elettricità come pressione sui civili. Oggi l’assedio non è quello di allora. La domanda su chi controlli la vita quotidiana, invece, è rimasta.

Non era il paradiso. Le rivoluzioni reali hanno questo difetto: quando ci si avvicina abbastanza, smettono di assomigliare ai manifesti. Ci furono accuse di abusi, repressioni, tensioni etniche, prigionieri, errori. Una guerra che duri abbastanza a lungo finisce per sporcare quasi tutti quelli che la attraversano.

Ma rimaneva qualcosa di ostinatamente anomalo. In uno dei territori nei quali il patriarcato non aveva precisamente bisogno di essere introdotto, le donne comandavano unità militari. Si sperimentavano forme di amministrazione locale e convivevano, non sempre felicemente, curdi, arabi, assiri e altre comunità. Mentre attorno la Siria si disfaceva, lì qualcuno aveva deciso di provare a costruire.

Il mondo applaudiva. Finché serviva.

Le amicizie tra Stati hanno una caratteristica che le distingue da quelle fra persone: nessuno dovrebbe offendersi quando finiscono. Non erano mai state amicizie. Washington aveva bisogno delle SDF per sconfiggere l’ISIS. Le SDF avevano bisogno di Washington per non essere schiacciate tra lo Stato Islamico, Damasco e la Turchia. L’accordo funzionò magnificamente proprio perché nessuno dei due poteva permettersi di chiedere all’altro che cosa sarebbe successo dopo.

Poi arrivò il dopo.

L’ISIS perse il suo territorio e lentamente cambiò anche il valore strategico di chi lo aveva combattuto. Non accadde in un giorno. Gli americani non presero l’ultimo elicottero salutando Kobane dal finestrino. La storia vera ha poca considerazione per le belle scene finali. Ma la presenza militare statunitense cominciò a restringersi e l’idea che Washington avrebbe garantito indefinitamente l’autonomia curda divenne sempre meno credibile. The National, ricostruendo il processo concluso in agosto, ricorda che gli Stati Uniti erano stati il principale sostegno delle SDF durante la guerra contro l’ISIS e che il loro ruolo si è progressivamente ridotto mentre i curdi cercavano un’intesa con Damasco dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad.

Chiamarlo tradimento sarebbe troppo comodo. I governi non tradiscono sentimenti che non hanno mai promesso. Rimane la successione dei fatti, che talvolta è più sgradevole degli aggettivi: quando occorrevano uomini che entrassero a Raqqa strada per strada, le SDF erano indispensabili. Quando è arrivato il momento di decidere quale Stato dovesse nascere dalle rovine siriane, la loro autonomia era diventata una questione da risolvere.

La geopolitica possiede una sua particolare forma di gratitudine. Non manda molti biglietti di ringraziamento.

Da Ankara, naturalmente, la storia si vede capovolta. Per la Turchia le YPG, cuore militare del sistema curdo siriano, non sono mai state le combattenti romantiche delle fotografie occidentali. Ankara le considera legate al PKK e dunque una minaccia alla sicurezza nazionale. Il 26 agosto, ventiquattr’ore dopo lo scioglimento delle SDF, il governo turco ha accolto favorevolmente la notizia. Reuters riferisce che Ankara considera la dissoluzione della forza curdo-siriana un passo verso l’unità della Siria. La Turchia mantiene però proprie forze nel nord del Paese e continua a sostenere che vi resteranno finché riterrà presenti minacce alla propria sicurezza.

Non occorre molta malizia per fare il conto. Ankara chiedeva da anni che al proprio confine non esistesse una forza armata curda autonoma. Dal 25 agosto, almeno sulla carta, non c’è più.

Il passaggio decisivo era però cominciato prima. Il 20 agosto Abdi aveva annunciato il completamento dell’integrazione delle strutture militari, di sicurezza e amministrative nelle istituzioni siriane. Decine di migliaia di uomini delle SDF entrano nelle strutture dello Stato. In cambio, l’accordo porta con sé diritti linguistici e culturali, rappresentanza politica, il curdo riconosciuto come lingua nazionale utilizzabile nell’insegnamento nelle aree curde, il Nowruz riconosciuto come festa nazionale, la cittadinanza per curdi ai quali era stata negata.

Quest’ultima sembra una riga amministrativa. Dietro c’è una delle più vecchie crudeltà burocratiche della Siria: nascere nel Paese, viverci e scoprire su un pezzo di carta di non esserne cittadini. Una firma non cancella quella storia. Ma adesso quella firma c’è.

Rimane la Costituzione. I diritti riconosciuti dall’accordo devono ancora trovare una garanzia costituzionale capace di sopravvivere agli uomini che oggi li firmano. Abdi lo ha detto senza bisogno di metafore: conclusa l’integrazione, continua la lotta per inserire i diritti del popolo curdo nella Costituzione siriana.

È meno fotogenico di una combattente delle YPJ con il kalashnikov. Probabilmente è più difficile.

Prima bisognava difendere una collina. Adesso bisogna difendere una virgola. E le virgole delle Costituzioni hanno una curiosa tendenza a cambiare posizione quando nessuno le sorveglia.

Poi c’è Kobane.

Il 10 agosto un primo convoglio di famiglie curde sfollate tenta di rientrare a Ras al-Ain, Serekaniye per i curdi. Alcuni dei rientrati vengono aggrediti. La notizia corre nelle città curde e a Kobane la gente scende in strada.

Qui le immagini diventano meno nitide. Le fonti governative siriane sostengono che alcuni manifestanti abbiano attaccato edifici pubblici, siano entrati nella sede amministrativa e abbiano rimosso la bandiera siriana davanti alla sede della sicurezza interna. Viene imposto temporaneamente il coprifuoco. Una ricostruzione dell’11 agosto riferisce la versione delle autorità siriane.

Il Syrian Observatory for Human Rights descrive invece un quadro che mostra soprattutto quanto sia diventato difficile distinguere le vecchie strutture dalle nuove: l’Asayish, la sicurezza interna curda, interviene durante le proteste; cinque suoi membri rimangono feriti e cinque giovani curdi vengono arrestati.

Chi abbia materialmente abbassato quella bandiera rimane dentro la nebbia delle versioni contrapposte. Tirarlo fuori a forza servirebbe soltanto a ottenere una fotografia più bella. Sappiamo però che a Kobane, pochi giorni prima della definitiva dissoluzione delle SDF, una protesta ha richiesto uomini armati e un coprifuoco.

E qui la storia fa uno dei suoi piccoli scherzi. La rivoluzione entra nello Stato e alcuni dei suoi figli finiscono fermati dalla sicurezza che dalla rivoluzione stessa era nata. Non è una fotografia da appendere diritta.

Nel 2014 e nel 2015 l’Occidente si innamorò delle donne curde con una rapidità quasi sospetta. Una ragazza con i capelli al vento, il fucile e l’ISIS davanti funzionava magnificamente sulle copertine. Molto meno fotografabile era ciò che accadeva dietro quella ragazza: il principio della copresidenza, con un uomo e una donna ai vertici delle istituzioni locali; le strutture femminili autonome; l’idea che una donna potesse non soltanto combattere accanto a un uomo, ma decidere senza di lui. Il fucile era la parte che si vedeva meglio. La rivoluzione stava altrove.

Le YPJ furono questo prima ancora di diventare un’icona occidentale. Non una curiosità militare, ma una delle espressioni armate di un progetto che voleva modificare il posto delle donne nella famiglia, nelle istituzioni, nella politica. Per capire quanto quel progetto andasse oltre le armi, vale la pena tornare al nostro approfondimento sulla Democratic Nation, l’autogoverno e la centralità della liberazione femminile. Per questo il destino delle YPJ nella nuova Siria vale più di una nota organizzativa.

Secondo gli esperti sentiti da The National, l’ingresso delle unità femminili come corpi autonomi nelle nuove strutture non è stato accettato e rimangono interrogativi persino sulle modalità con cui le singole combattenti potranno essere integrate.

Si può cambiare il distintivo a una brigata. Con le idee bisogna lavorare un po’ di più.

Due giorni prima dell’annuncio di Abdi, intanto, a Kobane succedeva una cosa molto meno importante per Washington, Damasco e Ankara.

Mancava l’acqua.

Il 23 agosto la Mezzaluna Rossa Curda ha portato acqua potabile nei centri che ospitano 130 famiglie sfollate, perché i rifugi non disponevano di una rete idrica adeguata.

Centotrenta famiglie non sono molte, viste da una capitale. Non modificano un trattato e difficilmente meritano una conferenza stampa. Ma raccontano qualcosa che le conferenze stampa dimenticano.

Nel 2014 a Kobane si combatteva per impedire allo Stato Islamico di entrare in città. Nel 2026 qualcuno porta acqua a chi vive ancora in un rifugio.

In mezzo ci sono dodici anni e una discreta quantità di discorsi sulla vittoria.

Il 25 agosto Mazloum Abdi non ha annunciato la fine della questione curda. Ha annunciato la fine di uno strumento. Le SDF non esistono più come esercito indipendente; le istituzioni dell’amministrazione autonoma entrano nello Stato e il progetto di un’autonomia territoriale forte, almeno nella forma conosciuta durante la guerra all’ISIS, ne esce ridimensionato. Secondo gli analisti interpellati da The National, l’autogoverno curdo potrebbe sopravvivere soprattutto sul piano municipale anziché provinciale.

Per chi immaginava una Rojava politicamente autonoma è molto meno di quanto aveva sperato. Per chi ricorda una Siria nella quale a una parte dei curdi era negata persino la cittadinanza, non è poco.

Rivoluzione tradita continua a non convincermi. Presuppone che qualcuno abbia già scritto l’ultima pagina.

Rimane invece l’amaro in bocca. Non per nostalgia delle armi: sarebbe una maniera abbastanza bizzarra di onorare chi le ha dovute usare. Basta mettere accanto due fotografie. Kobane, 2015: le macerie, le dita a V, le ragazze delle YPJ. Damasco, 2026: il tavolo, le firme, le uniformi che cambiano amministrazione. In mezzo gli Stati Uniti hanno trovato nelle SDF uno straordinario alleato terrestre contro l’ISIS; Ankara ha aspettato; le donne curde devono ancora scoprire quanto della loro rivoluzione entrerà insieme a loro nelle istituzioni siriane.

E adesso Mazloum Abdi ha un ufficio — o almeno un titolo — accanto alla presidenza siriana. È difficile immaginare una distanza maggiore dalle macerie di Kobane del 2015. Ed è altrettanto difficile stabilire, oggi, se quella distanza misuri una rinuncia o una conquista.

Poi la fotografia si sposta di qualche chilometro e perde ogni importanza internazionale.

Centotrenta famiglie. Una cisterna. Qualcuno aspetta l’acqua mentre ministri e generali discutono della nuova Siria.

Forse basta questo.

Kobane aveva già fatto una cosa che sembrava impossibile: era rimasta in piedi. Pretendere che esca da dodici anni di guerra conservando intatto tutto ciò che la guerra le aveva fatto inventare sarebbe chiederle un secondo miracolo.

Qualcosa andrà perduto. Qualcosa verrà assorbito. Qualcosa cambierà nome per riuscire a sopravvivere. Qualcos’altro potrebbe finire in un articolo della Costituzione, che non è esattamente il posto dove immaginavamo di ritrovare la rivoluzione di Kobane.

Ma le rivoluzioni hanno strane abitudini.

Il 25 agosto le SDF hanno cessato di esistere come forza autonoma.

Tre giorni dopo il loro comandante è diventato consigliere del presidente siriano.

Per la rivoluzione di Kobane, invece, non è stato ancora diffuso alcun comunicato.

Aspetterei prima di dichiararla morta.

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Amo la storia e la geopolitica perché mi piace capire cosa muove le persone, i Paesi e le scelte che cambiano il mondo. Scrivo di attualità internazionale e analisi geopolitica con l’obiettivo di dare contesto, collegare i fatti e rendere più chiari i processi che stanno dietro le notizie. Sono cresciuto tra cinema, letteratura e musica, con una predilezione per il punk rock: energia, idee nette, zero decorazioni inutili. Scrivere è il mio modo di trasformare curiosità e ricerca in lettura utile, accessibile e onesta.

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