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Il profitto arriva puntuale, il salario prende il regionale

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Eni aumenta del 43 per cento l’utile netto adjusted, Intesa Sanpaolo supera 5,5 miliardi e prepara un altro anno da record. I salari reali italiani restano ancora molto sotto il 2021. Due velocità che la politica continua a chiamare economia.

Il tabellone della stazione è un discreto trattato sull’Italia contemporanea. L’alta velocità parte dal binario nove, puntuale, lucida, con l’aria di sapere già dove andrà a cena. Il regionale delle 18.17 accumula venticinque minuti di ritardo. La voce registrata si scusa per il disagio. Non fornisce spiegazioni, ma le scuse hanno una dizione impeccabile.

Sul marciapiede una donna tiene una busta della spesa fra le scarpe. Controlla il telefono, guarda il tabellone, torna al telefono. Forse sta facendo un conto. I conti dei lavoratori hanno questa caratteristica poco finanziaria: si fanno spesso in piedi.

Nello stesso Paese, quasi nelle stesse ore, due grandi società presentano risultati eccellenti. Eni aumenta gli utili e alza il riacquisto delle proprie azioni. Intesa Sanpaolo supera le attese, migliora le previsioni annuali e prepara una distribuzione generosa agli azionisti.

Non c’è nulla di scandaloso nel fatto che un’impresa guadagni. Un’impresa che perde denaro possiede molti difetti e raramente paga buoni stipendi. Lo scandalo comincia altrove, quando la ricchezza sale con l’ascensore e il lavoro viene invitato a prendere le scale, possibilmente senza fare rumore.

Il profitto vive nel trimestre corrente.

Il salario aspetta il prossimo contratto.

Eni e il prezzo dell’oggi

Nel primo semestre del 2026 Eni ha registrato un utile netto adjusted di competenza degli azionisti pari a 3,635 miliardi di euro, il 43 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nel solo secondo trimestre l’utile adjusted ha raggiunto 2,333 miliardi, più del doppio rispetto al 2025.

Il risultato deriva dalla crescita della produzione, dal miglioramento dei prezzi del petrolio e del gas, da un portafoglio industriale favorevole e da quella che l’azienda definisce disciplina dei costi. Nei risultati del secondo trimestre e del semestre pubblicati da Eni, la produzione aumenta dell’11 per cento su base omogenea e il prezzo di riferimento del Brent cresce del 54 per cento rispetto all’anno precedente.

Il petrolio ha ritrovato fiato. Gli azionisti non hanno dovuto aspettare la visita del medico.

Il programma di acquisto di azioni proprie è stato portato a 3,4 miliardi di euro, seicento milioni in più rispetto alla previsione formulata appena tre mesi prima e oltre il doppio rispetto all’impostazione iniziale. Il dividendo previsto per il 2026 resta pari a 1,10 euro per azione, in crescita del 5 per cento.

La velocità merita attenzione. Migliora lo scenario, cresce la generazione di cassa, viene aggiornata la remunerazione del capitale. Nessun rinvio alla prossima tornata negoziale. Nessuna richiesta di pazienza. Nessun convegno sulla necessità di rendere il dividendo più produttivo.

Il denaro conosce già l’indirizzo.

Eni non è neppure una normale società privata. Il Ministero dell’Economia e Cassa depositi e prestiti detengono complessivamente il 33,084 per cento del capitale, sufficiente a garantire allo Stato il controllo di fatto. La Repubblica siede dunque al tavolo degli azionisti. Incassa una parte dei dividendi e può rallegrarsi della solidità dell’impresa.

La domanda riguarda ciò che accade dopo.

In un Paese nel quale il costo dell’energia corrode salari, pensioni e bilanci familiari, i maggiori introiti pubblici prodotti da Eni potrebbero sostenere servizi, redditi, investimenti e transizione energetica. Potrebbero anche scomparire nel grande armadio del bilancio statale, quello nel quale ogni somma entra con un progetto e ne esce con un numero di capitolo.

Il mercato ha premiato Eni. Lo Stato dovrebbe almeno dirci che cosa intende fare del premio.

Intesa e la serenità del miliardo

Intesa Sanpaolo ha chiuso il primo semestre con un utile netto di 5,554 miliardi di euro, in crescita del 6,5 per cento. La previsione per l’intero 2026 è stata migliorata a oltre dieci miliardi.

I risultati consolidati pubblicati dalla banca registrano 5,3 miliardi di distribuzione maturata nel semestre, dei quali 4,2 miliardi sotto forma di dividendi. A questi si aggiunge il riacquisto di azioni proprie da 2,3 miliardi avviato in luglio.

Le cifre vanno maneggiate con cautela. Non perché siano fragili, ma perché hanno una certa tendenza a occupare la stanza.

Intesa ricorda giustamente di avere generato 3,6 miliardi di imposte, erogato 3 miliardi di credito sociale e concesso circa 25 miliardi di nuovi finanziamenti a medio e lungo termine alle famiglie e alle imprese italiane. Una banca non è soltanto una cassaforte con il consiglio di amministrazione. Finanzia l’economia, gestisce risparmio, paga stipendi, sostiene attività produttive.

Il processo sommario sarebbe facile e piuttosto pigro.

Resta il fatto distributivo. Quasi tutto l’utile previsto viene destinato alla remunerazione degli azionisti fra dividendi e buyback. Non è un illecito. È una scelta, presentata con il tono naturale delle cose che non richiedono discussione.

Il linguaggio finanziario aiuta. Il denaro che va all’azionista è remunerazione. Quello che va al dipendente è costo. Una stessa moneta cambia reputazione attraversando il corridoio.

Il semestre mostra inoltre che i profitti non dipendono soltanto dai tassi d’interesse. Gli interessi netti crescono appena dello 0,6 per cento. Aumentano commissioni, attività assicurative e risultati finanziari, mentre i costi operativi scendono dello 0,7 per cento.

La macchina è efficiente. Anche troppo, per chi siede in alcuni dei suoi uffici.

Il piano industriale prevede circa 12.400 uscite entro il 2029, compensate in parte da 6.300 assunzioni di giovani. Più di 1.900 persone sono già uscite nel primo semestre. Tecnologia e intelligenza artificiale compaiono nel programma accanto alla riduzione dei costi, con la consueta promessa di un futuro più agile.

Avevamo già incontrato questo curioso destino dell’innovazione nell’articolo sull’intelligenza artificiale usata come alibi dei padroni. Le macchine arrivano per liberare l’uomo dalla fatica. Qualche riga più sotto, nei documenti aziendali, liberano l’azienda dall’uomo.

Il salario viaggia con un altro orario

Lasciamo per un momento da parte il meno 0,6 per cento circolato sui social come perdita salariale nel secondo trimestre. Può essere ricavato confrontando gli aumenti contrattuali con l’inflazione, ma non è necessario affidargli l’intero articolo.

Il dato ufficiale è già abbastanza severo.

Secondo la scheda dell’OCSE dedicata all’Italia, nel primo trimestre del 2026 i salari reali sono cresciuti dell’1,3 per cento rispetto all’anno precedente. Eppure restano inferiori del 6,1 per cento rispetto al primo trimestre del 2021. È il divario più ampio fra le maggiori economie dell’organizzazione.

Il recupero esiste. Non ha ancora raggiunto il luogo dell’incidente.

Per l’intero 2026 l’OCSE prevede una nuova diminuzione dei salari reali dello 0,9 per cento e per il 2027 una crescita appena dello 0,2. Cinque anni dopo l’inizio della grande fiammata inflazionistica, il lavoratore italiano continua a ricomprare ciò che aveva già guadagnato.

La busta paga può aumentare in euro e diminuire nella vita.

È questo che significa salario reale. Non quanto denaro compare sul cedolino, ma quanta casa, energia, alimentazione, trasporto e tempo libero quel denaro riesce ancora a comprare. Il numero nominale sale. Il carrello lo guarda con una certa sufficienza.

A giugno l’inflazione italiana era al 3 per cento. Nel secondo trimestre ha colpito in modo più pesante le famiglie con livelli di spesa bassi, per le quali i prezzi sono aumentati del 3,7 per cento, contro il 2,6 per cento delle famiglie con spesa più elevata.

Anche l’inflazione conosce le classi sociali. Semplicemente evita di nominarle.

Chi ha un reddito alto può rinviare un acquisto, ridurre il risparmio, scegliere un prodotto diverso. Chi ha poco denaro spende una quota maggiore in beni essenziali, quelli che non accettano rinvii. Il pane non ascolta la conferenza stampa. L’affitto non attende il rinnovo contrattuale.

La grande differenza è il tempo

Il confronto fra profitti e salari viene spesso trattato come una gara morale. Da una parte l’impresa, descritta come predatrice; dall’altra il lavoratore, trasformato in una vittima senza iniziativa. È un modo infantile di evitare il punto.

Il problema sta nei meccanismi.

Il prezzo del petrolio sale e il risultato di Eni cambia nello stesso trimestre. La banca migliora le previsioni e aggiorna la distribuzione agli azionisti. Il capitale riceve il prezzo dell’oggi.

Il salario segue un percorso più panoramico. Scade il contratto. Comincia la trattativa. Si discute la piattaforma. Arriva una proposta. Viene respinta. Riprendono gli incontri. Si firma. Gli arretrati cercano di rimediare al passato, mentre il presente ha già cambiato tariffa.

È una questione di rapporti di forza travestita da differenza tecnica.

Il capitale dispone di prezzi che si aggiornano, mercati finanziari, dividendi e decisioni societarie. Il lavoratore dispone della contrattazione, quando esiste e quando funziona. Se il contratto scade, la sua forza d’acquisto può attendere educatamente per mesi o anni.

Avevamo già toccato questa distanza nel pezzo sul Primo maggio e sul lavoro che non riesce a diventare una festa. Celebrare il lavoro una volta l’anno è un’abitudine nazionale piuttosto economica. Riconoscergli potere durante gli altri giorni costa di più.

Il merito, naturalmente

Quando si parla di salari, arriva quasi sempre il merito. È una parola robusta, capace di comparire in ogni stagione.

I lavoratori devono migliorare le competenze, aumentare la produttività, adattarsi, formarsi, accettare la trasformazione tecnologica. Sono richieste talvolta giuste. Un’economia immobile non distribuisce prosperità, distribuisce declino.

Colpisce però la diversa severità.

Nessuno domanda all’azionista di dimostrare ogni trimestre di avere meritato il dividendo. Nessuno propone di legare il buyback al prezzo degli affitti o alla qualità dei contratti di lavoro. Il rendimento del capitale viene riconosciuto come conseguenza naturale del possesso. L’aumento del salario deve invece attraversare una prova morale.

Il profitto è un risultato.

La paga è una rivendicazione.

Questa asimmetria abita il linguaggio prima ancora dei bilanci. L’impresa crea valore. Il dipendente chiede un aumento. Il dividendo premia la fiducia. Il salario mette a rischio la competitività. Il taglio del personale migliora l’efficienza. La difesa dell’occupazione ostacola il cambiamento.

Alla fine le parole fanno il lavoro sporco con le mani pulite.

Lo Stato azionista e lo Stato datore di lavoro

La politica potrebbe intervenire. Non per proibire i profitti o punire le imprese efficienti. Un Paese povero di grandi aziende solide diventerebbe presto povero anche nel resto.

Potrebbe stabilire che la prosperità non debba percorrere sempre la stessa strada.

Potrebbe garantire rinnovi contrattuali in tempi certi, impedendo che il salario insegua i prezzi con anni di ritardo. Potrebbe fissare una soglia legale dignitosa dove la contrattazione non protegge abbastanza. Potrebbe contrastare i contratti pirata, collegare gli incentivi pubblici alla qualità dell’occupazione e usare con trasparenza i dividendi provenienti dalle società partecipate.

Potrebbe tassare gli extraprofitti quando derivano da condizioni eccezionali, evitando però i provvedimenti improvvisati che vengono annunciati con severità e corretti appena incontrano una lobby ben pettinata.

Potrebbe cominciare dai propri dipendenti.

Lo Stato italiano è azionista di Eni e datore di lavoro di milioni di persone. Nella prima veste riceve dividendi. Nella seconda invoca vincoli di bilancio. Ha così il privilegio di assistere alla distribuzione della ricchezza da entrambe le parti del tavolo, mantenendo in ciascuna il tono di chi è appena arrivato.

Il mercato ha le rotaie

Il confronto dal quale siamo partiti coglie il punto decisivo. Profitti record e salari indeboliti non sono il frutto di una volontà divina. Non sono neppure due fenomeni identici o il semplice travaso dello stesso denaro da una tasca all’altra.

Sono il risultato di un sistema che assegna velocità diverse.

Il capitale reagisce immediatamente allo scenario. Il lavoro recupera dopo. I prezzi salgono oggi. I contratti rimborsano ieri. Le imprese distribuiscono risultati già maturati. I dipendenti discutono del potere d’acquisto già perduto.

Poi arriva la politica e ci spiega che si tratta del mercato, come se il mercato fosse una perturbazione atlantica.

Il mercato non è il destino. Ha regole, imposte, contratti, autorità, incentivi, proprietari, sindacati, amministratori pubblici. Ha binari e scambi. Qualcuno decide dove portarli.

Alla prossima presentazione semestrale vedremo altre giacche scure, altri grafici in salita, altre dichiarazioni sulla creazione di valore. È giusto che un amministratore delegato celebri i propri risultati. È pagato anche per questo.

Nello stesso momento, in un supermercato, qualcuno rimetterà un prodotto sullo scaffale. Oppure aspetterà un regionale che ha accumulato altri venticinque minuti.

Anche quelli sono risultati economici.

Soltanto, non hanno un ufficio stampa.

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Amo la storia e la geopolitica perché mi piace capire cosa muove le persone, i Paesi e le scelte che cambiano il mondo. Scrivo di attualità internazionale e analisi geopolitica con l’obiettivo di dare contesto, collegare i fatti e rendere più chiari i processi che stanno dietro le notizie. Sono cresciuto tra cinema, letteratura e musica, con una predilezione per il punk rock: energia, idee nette, zero decorazioni inutili. Scrivere è il mio modo di trasformare curiosità e ricerca in lettura utile, accessibile e onesta.

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