In cella anche l’aria ha una pena
Quasi 65 mila detenuti, celle sovraffollate, caldo, suicidi, salute mentale al collasso, CPR e 41-bis. La sentenza stabilisce gli anni; tutto il resto lo aggiunge lo Stato.
Il giudice aveva scritto tre anni. Agosto, no. Nel dispositivo della sentenza non c’erano quaranta gradi, una cella nella quale il letto regolamentare possiede una natura più teorica che materiale, l’attesa dello psichiatra, la bottiglia d’acqua diventata tiepida prima ancora di essere aperta, la notte trascorsa cercando sul pavimento qualche centimetro meno caldo. Il magistrato aveva stabilito una privazione della libertà; il resto è entrato dopo, senza udienza e senza possibilità d’appello. È forse questo il primo dato da tenere fermo quando si parla di carcere: la pena ha una durata scritta, mentre le sue aggiunte quotidiane non compaiono da nessuna parte.
Al 30 giugno 2026 il Ministero della Giustizia registrava 64.773 detenuti in 189 istituti per 51.180 posti regolamentari. L’aritmetica, qui, fa già abbastanza bene il mestiere del cronista. Ma l’Unione delle Camere Penali, contando i posti realmente utilizzabili, scendeva il 6 luglio a 46.423 letti effettivamente disponibili per 64.758 persone: un affollamento reale che sfiorava il 140 per cento. Settantotto istituti superavano il 150; Lucca arrivava al 265, il reparto femminile di San Vittore al 231, Foggia al 225.
Il 265 per cento è un numero molto beneducato. Non suda, non ha odore, non chiede di andare in bagno, non litiga con nessuno per una presa elettrica. Sta composto nel foglio Excel e consente perfino di essere stampato in Times New Roman. Il detenuto ha invece la spiacevole abitudine di possedere un corpo. Duecentosessantacinque persone dove il sistema ne immagina cento significano corpi che occupano metri, respirano, dormono, si ammalano, hanno paura e qualche volta si colpiscono. Il posto regolamentare può trovarsi dietro una sezione inagibile e continuare a svolgere onestamente il proprio mestiere statistico; il detenuto, più materialista, pretende che vi entri almeno un letto. Anche il sovraffollamento, dunque, possiede una versione ufficiale e una carnale.
Il governo non è rimasto senza risposta. Ha nominato un commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria e il programma prevede 1.944 nuovi posti in 21 istituti, oltre al recupero stimato di circa 1.900 dei circa 4.500 posti oggi inutilizzabili; nel 2026 sono partite procedure per nuovi moduli e padiglioni. Va dato atto al governo che i cantieri li ha messi in moto. Poi rimane una domanda alla quale il cemento, poveretto, non sa rispondere: quanti letti bisognerà costruire prima di domandarsi perché continuiamo a riempirli più velocemente di quanto riusciamo a renderli umani? Il cemento può essere necessario. Non cura una psicosi, non trova uno psicologo, non restituisce una famiglia, non inventa un educatore e soprattutto non modifica da solo una cultura politica che misura la sicurezza contando quante porte riesce a chiudere.
Poi arriva l’estate e la teoria incontra la temperatura. Le Camere Penali hanno rimesso in moto “Ristretti in Agosto” proprio mentre nel resto del Paese la parola agosto suggerisce ombrelloni, autostrade e dispute sulla crema solare. Nelle prigioni significa anche celle roventi, assistenza sanitaria insufficiente e perfino ostacoli burocratici, segnalati dagli avvocati, alla libera disponibilità di ghiaccioli refrigeranti e acqua fresca. Al 6 luglio il loro conteggio registrava 116 decessi dall’inizio dell’anno, di cui 33 suicidi. Il dato è fermo a quella data e va detto così, senza trasformare i morti in una cifra mobile usata a piacere.
Irene Testa, Garante delle persone private della libertà in Sardegna, il 22 luglio è entrata nel carcere di Alghero e ha trovato un uomo di ottant’anni con una polmonite, già portato quattro volte in ospedale, convalescente in una cella dove respirava con grande difficoltà. Il giorno prima, a Nuoro, aveva trovato quasi 45 gradi; a Sassari alcuni detenuti avevano steso i materassi per terra perché il pavimento era un poco più fresco. C’era anche un diciottenne con una storia neuropsichiatrica in attesa che si liberasse un posto in una struttura adeguata e un uomo gravemente ustionato che non aveva diciassette euro per comprare una crema prescritta e non mutuabile. Sono episodi raccolti dalla pagina istituzionale della Garante, non letteratura carceraria.
Ed è proprio qui che la Sardegna smette di essere un caso regionale. Non ci interessa perché è vicina a casa; ci interessa perché mette a fuoco il Paese. A Uta, il 28 luglio, il Ministero registrava 747 detenuti per 561 posti regolamentari, due dei quali indisponibili. Gli agenti effettivi erano 337 contro 438 previsti: centouno in meno. Quindi un carcere sovraffollato, con emergenze sanitarie e psichiatriche, deve essere custodito da una forza inferiore a quella programmata e, nello stesso tempo, ricevere un nuovo circuito che richiede sorveglianza e organizzazione particolarmente rigorose.
Questa è una delle ragioni per cui la contrapposizione tra detenuti e polizia penitenziaria è intellettualmente pigra e politicamente comoda. Quando mancano psichiatri, psicologi, educatori, infermieri e strutture esterne, l’agente finisce per ricevere nella stessa uniforme compiti che appartengono alla sicurezza, alla mediazione, all’emergenza sanitaria e qualche volta alla disperazione umana. Il detenuto soffre la cella; l’agente lavora dentro la medesima macchina che la rende ingestibile. Metterli l’uno contro l’altro costa poco e consente di non assumere personale. La sinistra dovrebbe ricordarselo: difendere i diritti di chi è rinchiuso e le condizioni di chi lo custodisce appartiene alla stessa battaglia, non a due sindacati morali rivali.
Irene Testa aveva parlato a maggio, dopo un suicidio a Uta, di una “strage nel silenzio generale”, collegando la disperazione a sovraffollamento, abbandono e insufficienza delle risposte sulla salute mentale. La sua posizione ha un pregio raro: non assolve il detenuto e non demonizza il personale. Entra. Guarda. Torna fuori e racconta. È esattamente il metodo che avevamo promesso nel Manifesto de Il Punto di Vista: non innamorarsi della categoria, guardare la persona e verificare i fatti.
Poi c’è il 41-bis, e qui la discussione diventa più scomoda perché l’essere umano al quale riconoscere diritti può essere precisamente quello che meno ci viene voglia di difendere. Il regime speciale ha una funzione necessaria e chiarissima: impedire che esponenti di organizzazioni mafiose, terroristiche o eversive continuino dal carcere a impartire ordini, mantenere collegamenti, amministrare potere criminale. Il testo dell’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario consente per questo la sospensione di regole ordinarie di trattamento quando esistono concreti motivi di ordine e sicurezza.
Il guaio viene dopo: quando la restrizione non impedisce più un ordine mafioso e continua, puntualissima, a togliere soltanto qualcosa alla vita di chi è dentro. La Corte costituzionale, con la sentenza 30 del 2025, ha dichiarato illegittimo il tetto massimo di due ore quotidiane all’aperto per chi è al 41-bis. La ragione è di una semplicità quasi offensiva per anni di retorica: se i gruppi di socialità vengono scelti correttamente e restano rigidamente separati, una terza o una quarta ora di luce non aumenta il rischio criminale. Il limite aggiungeva dunque soltanto quello che la Consulta ha definito un “surplus di punizione”.
La mafia si combatte impedendo al boss di comandare. Togliere aria senza impedire un solo ordine combatte soprattutto l’aria. Qui passa il confine tra severità e vendetta, una linea che la politica ama rendere nebbiosa perché la vendetta ottiene applausi più rapidi. Difendere questo principio non rende innocente il mafioso, non cancella una vittima, non ammorbidisce una condanna. Stabilisce qualcosa di più importante: il livello morale della Repubblica non può essere deciso dalla biografia dell’uomo che ha davanti. Se il detenuto è feroce, lo Stato non riceve per questo un credito di ferocia. La legge dimostra di essere superiore al criminale soltanto quando rifiuta di imitarlo.
E la Sardegna ritorna. Non per campanilismo, ma perché nella geografia penitenziaria italiana le isole hanno sempre avuto una carriera piuttosto brillante. Il piano discusso tra fine 2025 e 2026 prevedeva la concentrazione del regime speciale in sette istituti, tre dei quali nell’isola: Uta, Bancali e Badu ’e Carros. Un atto del Senato stimava che la Sardegna potesse arrivare a ospitare fino a circa 260 detenuti al 41-bis, grosso modo un terzo del totale nazionale; il Consiglio regionale ha contestato il progetto e la stessa Irene Testa aveva definito Uta già ingestibile prima dell’arrivo del nuovo reparto.
Il mare torna così a svolgere una vecchia professione. L’Italia possiede telecamere, intercettazioni, reparti specializzati, intelligence, tecnologie di sorveglianza e cinquant’anni di esperienza antimafia; quando però vuole isolare davvero qualcuno, l’isola conserva un fascino amministrativo irresistibile. Non è necessario chiamarlo confino. Le parole cambiano, la distanza resta. Il 23 luglio Nordio è andato a Uta per inaugurare il nuovo reparto. Testa ha protestato perché non era stata informata e ha domandato, in sostanza, se oltre al nastro fossero state viste anche le sezioni ordinarie, il sovraffollamento e il personale allo stremo. Pochi giorni dopo una visita di avvocati e associazioni segnalava circa il 130 per cento di affollamento e l’assenza di un potenziamento degli organici proporzionato al nuovo 41-bis.
Conviene fermarsi sul dettaglio, che nei discorsi ministeriali ha spesso il vizio di sparire. Si inaugura il reparto speciale dentro un carcere che non riesce a garantire con sufficienza la normalità. Il nastro possiede sempre personale dedicato: qualcuno lo tiene, qualcuno lo taglia, qualcuno fotografa. Lo psichiatra è più complicato. Questa non è una battuta contro Nordio, che ha il diritto e il dovere di organizzare un regime necessario alla lotta mafiosa; è una domanda sul modello di priorità. Uno Stato che mostra grande energia nel costruire il luogo in cui isolare il boss dovrebbe esibire almeno la medesima solerzia quando deve curare l’ottantenne con la polmonite, trovare una comunità per il diciottenne fragile o evitare che un agente affronti da solo una crisi psichiatrica.
E poi si esce formalmente dal carcere e si entra nei CPR. Bisogna essere rigorosi: un Centro di permanenza per i rimpatri non è un carcere penale, e non tutte le persone che vi sono trattenute sono richiedenti asilo o rifugiati. La privazione della libertà deriva da una procedura amministrativa legata all’espulsione e al rimpatrio ed è soggetta a convalida giudiziaria. Ma la Camera dei deputati ricorda che la Corte costituzionale considera quel trattenimento una restrizione della libertà personale e che il limite massimo, nelle ipotesi previste, può arrivare a 18 mesi. La differenza giuridica rispetto alla pena è enorme. La porta, per la persona che sta dietro, continua ad aprirsi dall’altra parte.
Il Garante nazionale, dopo una visita al CPR di Milano, ha segnalato manutenzioni necessarie nei servizi igienici e nei locali sanitari, scarsa riservatezza per docce e bagni, arredi e coperture insufficienti negli spazi esterni, poche attività sociali e ricreative, problemi relativi alla documentazione sanitaria e alla riservatezza delle udienze in video. Letto in fretta è un rapporto amministrativo. Letto lentamente è una giornata: lavarsi, sedersi, trovare ombra, parlare con un medico, telefonare a un avvocato, riempire le ore. La civiltà giuridica ama le grandi dichiarazioni; poi, nella vita quotidiana, finisce per essere misurata da una sedia su cui sedersi, da una doccia nella quale ci si possa lavare senza essere esposti agli altri, da qualche metro d’ombra alle quattro del pomeriggio.
A Macomer Irene Testa aveva già consegnato nel luglio 2024 una fotografia meno elegante: 49 persone, secondo la sua denuncia, senza ventilatori, condizionatori e frigorifero, costrette a bere acqua calda nel pieno dell’estate. Arrivò a dire che “neanche le bestie si fanno vivere così”. Il CPR non aveva bisogno di essere trasformato retoricamente in lager per risultare intollerabile; bastava descriverlo bene. È una regola che dovremmo applicare più spesso: quando il fatto è abbastanza brutto, l’aggettivo lo protegge soltanto dal proprio peso.
Gjadër ha aggiunto al sistema una trovata geografica. Il Garante nazionale ha visitato nell’ottobre 2025 il CPR italiano in Albania e ha pubblicato nel marzo 2026 un rapporto con raccomandazioni sulle condizioni e sulle procedure di trattenimento. Prima ancora di contare letti, medici e moduli c’è una stranezza geografica: per trattenere persone che si trovavano in Italia abbiamo costruito il luogo del trattenimento dall’altra parte dell’Adriatico. Non abbiamo abolito la frontiera; le abbiamo comprato un biglietto.
Accanto ai CPR esiste poi un’altra umanità che non va confusa con essi: richiedenti asilo e rifugiati. Secondo l’UNHCR, chi chiede protezione ed è privo di mezzi ha diritto all’accoglienza durante la procedura, con assistenza sanitaria, psicologica, sociale e legale; una volta riconosciuta la protezione può accedere al sistema SAI, compatibilmente con i posti disponibili, normalmente per sei mesi prorogabili. Poi comincia la libertà concreta, che può essere meno generosa di quella scritta sul permesso di soggiorno: trovare un lavoro, imparare una lingua, trovare soprattutto una casa in un Paese nel quale l’offerta pubblica è limitata e il mercato privato è spesso l’unica soluzione. È il punto nel quale l’asilo incontra ciò che abbiamo già raccontato parlando di una rendita immobiliare che espelle dalle città chi non può pagare.
Carcere, CPR e asilo non sono la stessa cosa, naturalmente. Hanno però una parentela discreta: fanno aspettare. Il detenuto aspetta la fine pena, il medico, lo psicologo, il magistrato di sorveglianza. Nel CPR si aspettano l’identificazione, i documenti consolari, la convalida, il rimpatrio o l’impossibilità di eseguirlo. Nel sistema dell’asilo si aspettano una procedura, una commissione, un trasferimento, un posto, infine una casa. Il potere contemporaneo ama molto il tempo perché il tempo non lascia lividi e fotografa male. Un uomo può essere consumato da mesi di attesa mantenendo un aspetto perfettamente conforme al regolamento.
A quel punto arriva il burocratese e completa il lavoro. L’uomo diventa fascicolo: il detenuto una matricola, lo straniero una pratica di rimpatrio, il richiedente asilo una procedura, il rifugiato un progetto. Trovato il sostantivo amministrativo, il nome proprio comincia a sembrare quasi un’informazione superflua. Eppure proprio il nome proprio era il motivo per cui era nato Il Punto di Vista: non per fingere neutralità davanti alla sofferenza, ma per essere abbastanza rigorosi da non aver bisogno di inventarla.
L’articolo 27 della Costituzione impiega poche parole. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione. Non promette un albergo, non cancella il reato, non chiede alla vittima di amare chi le ha fatto del male. Impone qualcosa di molto più severo allo Stato: conservarsi civile proprio quando sarebbe facile smettere di esserlo. È per questo che il 41-bis non può diventare sofferenza ornamentale, il sovraffollamento non può essere considerato un semplice inconveniente edilizio e il caldo non può essere trattato come una stagione meteorologica alla quale il detenuto avrebbe avuto l’imprudenza di esporsi.
Non occorre fabbricare santi dietro le sbarre per criticare il carcere. Basta tenere separate due responsabilità: il reato è del detenuto; la cella è dello Stato. Se la cella è sovraffollata, se lo psichiatra non arriva, se un ottantenne con polmonite respira male nel caldo, se una limitazione del 41-bis non produce un grammo di sicurezza in più, non possiamo mettere quelle responsabilità nel fascicolo penale della persona rinchiusa. Sono nostre.
Il sistema possiede infine un’eleganza tutta sua: riesce a produrre crudeltà senza aver bisogno di un crudele. Il ministro amministra. Il Dipartimento organizza. Il commissario costruisce. La direzione applica. L’agente custodisce. La sanità cura con ciò che possiede. La Prefettura appalta. Il Garante segnala. Il giudice controlla. La catena è così lunga che ogni anello può indicare quello successivo e alla fine non si trova più una persona che abbia detto: facciamolo soffrire. Si trova soltanto qualcuno che soffre.
Il giudice aveva scritto tre anni. Non aveva aggiunto agosto, la depressione senza psicologo, un letto immaginario, centouno agenti mancanti, l’acqua calda, il reparto inaugurato dentro il carcere già pieno. Nel CPR non c’è neppure una condanna penale da allungare: c’è una misura amministrativa, una convalida, un’attesa che può diventare lunghissima. Nel sistema d’asilo c’è finalmente una libertà riconosciuta che può arenarsi davanti al primo contratto d’affitto.
La Repubblica possiede molti modi per togliere spazio a un uomo. Alcuni sono necessari, alcuni sono legali, alcuni proteggono davvero la collettività. Nessuno di essi le consegna il diritto di aggiungere dolore per inerzia.
Perché la pena la decide il giudice. Tutto il resto lo aggiungiamo noi.


